I tentacoli del potere

 

Una persona normale e benpensante tende a concepire le istituzioni come qualcosa di utile, con un ruolo di protezione e tutela nei confronti di ogni singolo cittadino. Ciò è in parte vero, specialmente quando l’oggetto della tutela sono semplici individui che non danno problemi, che cioè si conformano in tutto e per tutto con quanto viene loro proposto, suggerito, consigliato o imposto.

Quando però la posizione di un cittadino è scomoda per motivi ideologici, scientifici o altro, viene messo in moto tutto un meccanismo di repressione e di denigrazione con lo scopo di annientare, con l’individuo, le sue idee.

Entrando più in particolare nel campo dell’oncologia, è sotto gli occhi di tutti lo stato di repressione esistente, che tende ad impedire e soffocare tutte quelle voci alternative che cercano di trovare soluzioni all’impotenza delle terapie convenzionali, incapaci  di evitare i milioni di morti ogni anno per cancro.

La repressione può essere messa in atto dal “potere” mediante gli strumenti che ha a disposizione, e cioè gli ordini professionali, i canali dell’informazione (giornali e televisioni), le procure e le forze dell’ordine.

Gestendo con sapienza queste componenti è possibile al potere occultare le verità più evidenti, magnificare le terapie più insensate, eliminare gli intelletti scomodi, continuare a tenere milioni di individui in uno stato di incubo, di sofferenza e di morte; tutto questo in nome della scienza.

Quando ci fu lo scuotimento sociale determinato dal pensiero di Di Bella, che impose di fatto una sperimentazione, l’allora ministro della sanità affermò che nel futuro i politici non avrebbero tollerato nessun’altra novità in tema di oncologia.

Il povero ministro però non aveva capito che l’unica cosa che non avrebbe dovuto tollerare erano proprio quelle terapie oncologiche convenzionali che, per la loro scelleratezza erano e sarebbero state il motivo di prese di posizione alternative sempre più frequenti, attuate dai cittadini per tentare di sopravvivere agli eccidi di massa programmati.

Io, da parte mia mi ero riproposto di pubblicare tutta la mia odissea al momento opportuno. Adesso però faccio un’eccezione per quanto riguarda l’episodio dell’autorizzazione del porto d’armi, data ad una persona con l’occhio di vetro, perché rende bene l’idea in che tipo di menzogne viviamo, confezionate ad arte dal”potere”.

 

I fatti       

 

1)     Domenica 29 giugno il Messaggero riporta la notizia che quattro medici sono indagati per truffa: hanno autorizzato il porto d’armi ad un signore con l’occhio di vetro.

2)      Qualche giorno prima ad un funzionario di un commissariato di Roma era capitato in mano, nell’ambito di accertamenti su possessori di porto d’armi, un certificato di conformità all’uso di porto d’armi, in cui figurava il timbro del dottor Simoncini Tullio. C’era anche, però, il timbro e la firma del suo sostituto, con aggiunta la dicitura “sostituto”.

3)      Nonostante l’evidenza dei fatti, il funzionario convoca il sostituto Dr. Fabio …(mio amico) e gli chiede una spiegazione sul certificato. Il Dr. Fabio…risponde che è lui l’autore del certificato e che il Dr. Simoncini  non c’entra niente.

4)      La cosa è chiara, ma inavvedutamente o misteriosamente, un giornalista del Messaggero pubblica la notizia falsa a mio carico.

5)      Successivamente io mi reco al commissariato con la dichiarazione scritta del Dr. Fabio che attesta la sua responsabilità sul certificato; ma qui, nonostante l’evidenza dei fatti, devo ritirare un avviso di reato di cui avrei dovuto  rispondere al magistrato. “Purtroppo le cose ormai le deve decidere l’autorità giudiziaria”, è la risposta di un agente.

6)      Vado allora dall’avvocato e gli chiedo se è possibile fare una denuncia contro il giornalista o contro il commissario. Lui mi consiglia di aspettare in quanto, essendo stato nominato dal giudice un collegio peritale per una perizia sull’omicidio colposo, non mi conviene fare troppo chiasso intorno a me. Gli chiedo allora se sarà possibile farla successivamente e lui mi risponde di si, sempre che la perizia venga consegnata entro 60 giorni, limite massimo entro n cui è possibile iniziare qualsiasi rivalsa. La perizia però verrà consegnata molti mesi dopo.

7)      In seguito il giudice, appena viene a conoscenza dei fatti, stralcia immediatamente la mia posizione dal fascicolo delle indagini, nel quale entra il responsabile del certificato, il Dr. Fabio…

8)      Senza dilungarmi troppo, qualche tempo dopo mi trovo a parlare col mio amico Fabio, il quale mi riferisce dei particolari grotteschi: primo, la responsabilità del medico curante nel redigere un certificato per il porto d’armi riguarda solo alcuni aspetti psichici del richiedente (se è psicopatico, se abusa di stupefacenti, se assume farmaci neurologici); secondo, i medici della ASL controllano la vista del richiedente ed è solo ad essi che va imputato qualsiasi errore; terzo, il porto d’armi può essere concesso anche ad un monocolo purché l’altro occhio sia sano (ed è il caso in questione).

 

In conclusione era tutto chiaro e non c’era niente di anomalo o illegale.

 

Considerazioni e domande 

 

Chi ha concepito e pilotato tutta questa messa in scena? E perché?

È chiaro che solo un potere forte e capillare può arrivare a muovere contemporaneamente le forze dell’ordine, i giornalisti e la magistratura, per di più in tempi così brevi.

Inoltre: Come spiegare la disinvoltura del commissariato che ha mandato avanti la pratica nei miei confronti pur sapendo che non c’entravo niente?

Inoltre: Come spiegare la malafede del giornalista che tra tutti i medici ha messo in prima pagina solo me, rimestando torbidamente la questione del bicarbonato?

Si possono dare molte risposte; una cosa è certa però: con la diffamazione e la denigrazione attuata dall’ubbidiente apparato del potere, si intendeva a mio avviso suggestionare negativamente il collegio peritale per indurlo a confezionare una perizia falsa che mi condannasse.

Grazie a Dio ciò non è avvenuto, anzi la mia posizione è risultata completamente estranea agli eventi addebitatemi.

Forse, è per questo che siamo ancora ai preliminari.