L’arteriografia selettiva

Il concetto base che sostiene il mio sistema di cura, è che occorre somministrare soluzioni con un alto contenuto di bicarbonato di sodio direttamente sulle masse neoplastiche, che sono suscettibili di regressione solo distruggendo le colonie fungine.

E’ per questa ragione che la continua ricerca di tecniche sempre più efficaci che mi permettessero di arrivare il più vicino possibile all’intimità dei tessuti, mi ha portato all’arteriografia selettiva (visualizzazione di un’arteria specifica) e al posizionamento di port-a-cath arteriosi (vaschette in raccordo col catetere). Queste metodologie consentono di posizionare un cateterino direttamente nell’arteria che nutre la massa neoplastica, permettendo di somministrare alte dosi di bicarbonato di sodio nei recessi più profondi dell’organismo.

Una volta, ad esempio, quando mi capitava di curare un tumore del cervello, pur migliorando le condizioni di un paziente, non potevo incidere profondamente sulle masse: quante volte ho supplicato invano neurologi e neurochirurghi di effettuare un’operazione, inserendo un catetere da farmi utilizzare per ulteriori trattamenti locoregionali!

Oggi, con l’arteriografia selettiva delle carotidi è possibile raggiungere qualsiasi massa cerebrale, senza far operare nessuno e in maniera completamente indolore.

Analogamente, quasi tutti gli organi possono essere trattati e possono beneficiare di una cura con i sali di bicarbonato, innocua, rapida ed efficace, ad eccezione solo di alcuni distretti ossei come vertebre e costole, dove la perfusione arteriosa, essendo esigua, non permette il raggiungimento di dosi sufficienti.

L’arteriografia selettiva rappresenta quindi un’arma estremamente potente contro i funghi, che può essere usata sempre e comunque nelle neoplasie, primo perché è indolore e non lascia postumi, secondo perché prevede rischi d’esecuzione molto bassi.

Tecnicamente viene effettuata nel modo seguente: dopo aver disposto il campo sterile ed aver anestetizzato i piani superficiali, si introduce un ago nell’arteria che si vuole utilizzare come porta di ingresso (generalmente la succlavia) poi, attraverso questo, una guida metallica visualizzabile dall’angioscopio ed utilizzabile per individuare l’arteria prescelta.

L’ultimo passaggio consiste nel far arrivare il cateterino per la somministrazione delle soluzioni laddove la guida lo indica, per poi raccordarlo ad un port-a-cath sottocutaneo che rimarrà nella sede prescelta per tutto il tempo necessario.

Tutto l’intervento, che avviene con rischi molto bassi per il paziente e con una sintomatologia dolorosa simile a quella di un’endovena, consente ai pazienti di effettuare la terapia a domicilio, anche se dietro costante controllo medico.