Cancro e fungo, un percorso di ricerca personale

Una delle domande che mi vengono rivolte più frequentemente, quando l’argomento cade su questa nuova terapia anticancro, è quella che riguarda gli inizi, i primi momenti in cui mi è balenata l’idea che il cancro fosse un fungo, e i motivi o le evenienze che mi hanno indotto a discostarmi dall’oncologia ufficiale.

Il tutto ebbe inizio alle lezioni introduttive di Istologia quando, alle parole del professore che descriveva il tumore come un mostro tremendo e misterioso, avvertii come una reazione d’orgoglio, alla maniera di chi si senta sfidare: nessuno può far niente contro di me – era il monito implicito del cancro – perché non sono alla portata delle vostre menti.

In quel momento cominciò una guerra, la mia guerra personale contro il cancro, consapevole di poterla vincere solo se riuscivo a convogliare tutte le mie risorse ed energie mentali, consce e inconsce, verso la giusta direzione, che poteva essere individuata a mio avviso solo con un atteggiamento critico riguardo alle concezioni ufficiali, fondate su molti se ma su poche certezze.

Lo sforzo più grande quindi consisteva prima di tutto nell’acquisire le nozioni necessarie per gli studi, operando però contemporaneamente un’analisi critica di quello che studiavo; cioè tenendo bene a mente che il tutto poteva essere molto probabilmente falso.

Così passarono gli anni, così si rafforzarono le mie convinzioni, specialmente dopo che, entrato nelle corsie dell’ospedale, mi accorsi che la medicina era incapace di risolvere non solo il cancro, ma addirittura la maggior parte delle malattie, a cui ancor oggi, purtroppo, al di là di un’efficacia settoriale nel trattamento di sintomi specifici, non è in grado di apportare alcun beneficio risolutivo. Nella lista possiamo includere l’ipertensione, il diabete, l’epilessia, la psoriasi, l’asma, l’artrite, il morbo di Crohn e altre.

Oltre alla sfiducia verso l’efficacia della medicina, il tempo e le esperienze cliniche avevano caricato sulla mia anima un fardello di sofferenze che a malapena riuscivo a sopportare e che, ogni volta che si riacutizzavano alla presenza di un caso disperato, mi procuravano una crisi esistenziale che in un primo tempo mi spingeva a fuggire, ma che subito dopo mi ammoniva a restare in trincea, a combattere per capire, per trovare nuove soluzioni.

Pian piano però, nelle interminabili ore dell’ambulatorio oncologico pediatrico dell’università, dove prestavo servizio per completare la tesi, la mia mente cominciò a liberarsi; ad astrarsi. Ormai, alla fine, quasi non vedevo più i pazienti, i parenti, i professori, i colleghi, gli infermieri, le persone: mi sentivo quasi completamente esterno ad un sistema che sentivo e ritenevo assolutamente fallimentare.

Ma mi chiedevo: e la professione, la carriera universitaria, la posizione sociale, che fine avrebbero fatto?

In fondo sarebbe stato difficile vivere di sole idee, specialmente in un mondo sanitario dove gli spazi si andavano restringendo di giorno in giorno, fin quasi all’esaurimento di qualsiasi opzione dignitosa di lavoro.

D’altro canto, non è che l’ambiente universitario mi attirasse granché: lo avvertivo difatti come una massa repulsiva e inestricabile che impediva il raggiungimento di qualsiasi scopo scientifico, dove le migliori risorse intellettuali e personali potevano solo essere distolte dalla scienza e convogliate verso tematiche superficiali e non pertinenti.

La strada era segnata: abbandonai la facoltà di medicina e mi iscrissi al corso di laurea in fisica, che frequentai per alcuni anni, con l’intento di acquisire una mentalità più scientifica e di entrare in quei piani di studio più infinitesimali, che in quel momento mi pareva dovessero essere sondati in maggiore dettaglio.

Contemporaneamente mi guardai intorno e cominciai a prendere contatto con altre realtà mediche, con quelle medicine collaterali che, pur se derise dagli esponenti ufficiali, vantavano parecchi estimatori, specialmente tra quei pazienti che non sopportavano metodi terapeutici troppo aggressivi.

Esperienza dopo esperienza, capii che la ragion d’essere di queste correnti alternative risiedeva proprio nell’incapacità della medicina convenzionale di risolvere i problemi dei pazienti, che ricevevano invece maggiori benefici da quelle medicine che li valutavano e curavano nella loro globalità, non solo con i limitati rimedi sintomatologici.

E’ proprio attuando un’impostazione naturopatica che mi venne l’idea della causalità fungina del cancro. Mentre stavo curando un paziente affetto da psoriasi utilizzando dei sali corrosivi, capii che questi funzionavano perché distruggevano qualcosa, e quel qualcosa erano i funghi.

Da quella realizzazione la mente mi fornì quel percorso sillogico che mi avrebbe dato la soluzione che da tanto tempo aspettavo: se la psoriasi, malattia inguaribile, è data da un fungo, un’altra malattia inguaribile, il cancro, può essere dovuta ad un fungo.

Da quel collegamento presero avvio tutte le esperienze, gli esperimenti, le verifiche e i risultati, in un lavoro tenace e “carbonaro” che mi ha portato grandi soddisfazioni professionali e che mi ha permesso di mettere a punto un metodo di cura estremamente efficace contro le masse neoplastiche, cioè contro le colonie fungine.  

Una volta ipotizzato il ruolo di causa dei funghi nella proliferazione neoplastica, sorgeva il problema di come attaccarli nell’intimità dei tessuti, dal momento che lì non era possibile usare sali troppo forti.

Mi venne in mente allora che nelle candidosi orofaringee del lattante, il bicarbonato rappresentava un’arma rapida e potente, in grado di eliminare la malattia in tre o quattro giorni.

Somministrando alte concentrazioni per endovena e per via orale, mi dissi, potrei ottenere lo stesso risultato, ed è così che cominciai le mie prove e i miei esperimenti, che mi dettero subito risultati tangibili.

Tra questi, uno dei primi pazienti che trattai, un bimbo di 11 anni, mi diede immediatamente l’idea che stavo nel giusto.

Il bambino arrivò in coma nel reparto d’ematologia pediatrica, intorno alle 11,30 del mattino, con una storia clinica di leucemia che l’aveva portato da un paesino della Sicilia a Roma, passando attraverso le università di Palermo e di Napoli, dove aveva completato alcune sedute di chemioterapia.

La mamma, disperata, mi disse che non aveva potuto più parlare con il figlio da circa 15 giorni, da quando cioè era partito nel suo iter attraverso gli ospedali, e che avrebbe dato chissà cosa per risentire almeno la sua voce prima che morisse.  

Dato che ero dell’avviso che il bimbo versava in una condizione di coma sia per l’invasione del cervello da parte delle colonie fungine, sia per la tossicità delle terapie effettuate, pensai che se avessi distrutto le colonie con i sali di bicarbonato di sodio e nel contempo avessi nutrito e disintossicato il cervello con delle flebo glucosate, avrei potuto sperare in una regressione della sintomatologia.

E così fu. Dopo un’infusione continua con flebo di bicarbonato e di soluzioni glucosate, verso le 19 di sera, di ritorno dall’università, trovai il ragazzo che parlava con la madre, a quel punto in lacrime.

 

Da allora ho continuato sulla mia strada ancora per un certo periodo, riuscendo a curare e a guarire diverse persone, specialmente nel periodo di tre anni nei quali fui assistente volontario all’Istituto per i tumori “Regina Elena” di Roma.

Nel 1990, pur se assorbito quasi completamente in un centro antidiabetico, a seguito di cambiamenti di vita personali, decisi d’intensificare i miei studi e le mie ricerche nella direzione del cancro, malattia che rimaneva sempre al primo posto nella mia mente, benché negli ultimi anni l’avessi dovuta mio malgrado trascurare.

Prima di cominciare un nuovo corso, però, avvertii la necessità di sondare meglio i contenuti logici della medicina e quindi dell’oncologia, in modo da acquisire quegli strumenti razionali, critici e autocritici, per capire dove potessero nascondersi eventuali errori.

Mi iscrissi al corso di laurea in Filosofia, che completai nel 1996, anno in cui ricominciai in maniera continuativa i miei contatti col mondo dell’oncologia, cercando prima di tutto di far conoscere le mie teorie e metodi di cura, specialmente in seno alle sedi istituzionali più accreditate.

Così il Ministero della Sanità, gl’Istituti oncologici italiani e stranieri, le associazioni oncologiche, vennero messe a conoscenza dei miei studi e dei miei risultati, senza peraltro avere nessun riscontro positivo. Trovai solo colleghi più o meno titolati che guardavano tutto dall’alto, e che erano solo in grado di proferire una parola magica: la genetica.

“In questa maniera non si va in paradiso,” pensai. Mi trovavo difatti in una situazione quasi senza sbocchi, con tante belle idee e risultanze positive, ma con l’impossibilità di metterle a confronto con un flusso di malati affetti da tumore in un contesto scientifico autorevole.

 Scelsi di pazientare, di continuare ad avere risultati curando paziente dopo paziente, nel contempo cercando di farmi conoscere dal maggior numero di persone possibile, specialmente nell’ambito di quelle medicine alternative dove esisteva la possibilità di contattare perlomeno professionisti che avevano già un atteggiamento critico nei confronti delle concezioni mediche ufficiali.

È così che iniziò la mia navigazione nell’etere di internet, dove ben presto riuscii a trovare quei contatti, quelle amicizie e quei consensi che mi permisero di diffondere le mie teorie ma, cosa più importante, mi dettero la spinta psicologica necessaria per continuare nella mia lotta personale contro il mare della sterile ovvietà ufficiale.

Mi confortava sapere che la mia fiammella ideologica non si spegnesse ma che potesse attecchire da qualche parte. Ricominciai a sperare che, data l’estrema validità del messaggio, prima o poi trovasse la strada per essere condiviso ed accettato da un numero sempre crescente di persone.

Pian piano riuscii così a far conoscere la mia teoria infettiva sull’oncologia e ad esporla al pubblico, tramite conferenze, interviste, convegni o congressi, che allargarono notevolmente il mio raggio d’azione e che mi diedero la possibilità di accumulare una notevole quantità d’esperienze e di riscontri clinici.

Mi fecero anche capire, però, che le mie terapie con soluzioni di bicarbonato di sodio, anche se efficaci, necessitavano di un’evoluzione metodologica, in quanto alcuni tipi di cancro non erano raggiungibili in alcun modo, o perlomeno raggiungibili solo in maniera insufficiente.

Il bicarbonato di sodio dato per bocca, per aerosol, o per endovena riesce ad ottenere risultati positivi solo in alcune neoplasie, mentre altre, come quelle delle sierose, del cervello o delle ossa stanno al di fuori di una sua azione efficace e duratura nel tempo.   

Per questi motivi, mi misi in contatto con vari colleghi, specialmente radiologi interventisti, riuscendo finalmente ad arrivare dove prima mi era stato impossibile, attraverso il posizionamento d’idonei cateterini, sia endocavitari per il peritoneo e per la pleura, sia endoarteriosi per raggiungere gli altri organi.