L’insufficienza logica del determinismo

Nella comprensione della malattia non basta quindi, o perlomeno non serve solo, capire i meccanismi patogenetici; non basta fondarsi sulla regola aurea che tutto ciò che accade ha una causa, la quale ne ha un’altra e così via: la realtà sopramateriale ha una ricchezza che non può essere imbrigliata dalle leggi del determinismo.

E cos’è il determinismo?

Con questo termine s’intende che ogni evento ha la sua esistenza in una causa a monte, che a sua volta ha una causa a monte e così via. Nel rapporto tra i vari eventi si riconosce una costante operativa, che agisce dalla prima causa via via fino all’infinito.

Ed è qui che sta la contraddittorietà e l’illogicità del determinismo.

Un nesso di causalità all'infinito ammette infiniti nessi di causalità; come dire che non esistono nessi o cause determinate. In questo modo, citando Kant…“Il regresso nella serie dei fenomeni del mondo, va in indefinitum…”(3), piuttosto che ad infinitum.

La conseguenza pratica, per quanto riguarda l’uso o meno della legge del determinismo per spiegare i meccanismi di sviluppo di una malattia, risiede nell’aver trovato che, se perdiamo la certezza della costante, un evento può essere determinato da cause incerte, perché di esse se ne possono ammettere d’infinite.

Così, ragionando logicamente, abbiamo svincolato un evento dalla morsa del determinismo. Se desiderassimo continuare ad esplorare la ragion d’essere di un evento (ad esempio, di una malattia), dobbiamo, a questo punto, slittare verso un piano concettuale “metafisico”.

La domanda corretta non sarebbe più: "Come accade un fatto?", ma: "Perché accade?"

Abbiamo così scoperto che la necessità di trovare le cause di un evento è prima di tutto ontologica (cioè ha a che vedere con la natura, anche spirituale, dell’essere), e solo secondariamente è basata sulla legge di causa ed effetto.

"La filosofia deve terminare con la religione" - affermava Hegel(4). Cioè deve terminare in quell’indispensabile impensabile che, proprio perché impensabile, è la base di ogni pensiero.

Il determinismo dunque ha una validità relativa, nel senso che può essere sostenuto solo in un ambito circoscritto. Anche quando è possibile prefigurare la concatenazione degli eventi, non si deve dimenticare che un fatto avviene "a meno di termini di ordine superiore", le cui radici inevitabilmente hanno origine, come abbiamo già visto, nell'indeterminabile.

Come procediamo nella nostra osservazione dal piano della materia fisica a quello della materia biologica, a quello dell’essere umano (al limite, anche a quello divino), notiamo che il processo di dinamismo si amplifica. Come cresce la possibilità d’interazione delle forze in gioco, così avviene il disancoraggio (decoupling) da necessità deterministiche.

Chiunque abbia il gusto del metafisico (cioè dello studio dei fondamenti della realtà) e l'istinto della libertà e dell'indipendenza di pensiero, non può gradire d’essere rinchiuso in alcuna gabbia mentale formata da regole, standard e metodi stabiliti dal comune sentire. Ammettere l’esistenza dell'infinito significa non accettare a priori alcun principio precostituito, o meglio accettare tutti i possibili distinti scenari della realtà.

Secondo il filosofo Comte la storia della cultura occidentale è stata caratterizzata da tre fasi di sviluppo intellettuale: quella teologica, quella metafisica, e quella positiva. La presente fase, quella positivista, rappresentata dalle teorie e dai risultati sperimentali delle moderne scienze, ha comportato l'abbandono degli aspetti teologici e metafisici della natura.

Se desideriamo ottenere una visione più completa della scienza dobbiamo reintegrare le due fasi precedenti, anche se non integralmente. Specialmente nella biologia e nella medicina, finestre scientifiche che ci fanno affacciare all’infinito, l’esclusione evidenzia le limitatezze di una realtà vista da menti prettamente  positiviste.

E’ vero, a grandi linee la realtà medica e biologica può essere trattata come un insieme costante e determinato, ma quando esso sconfina in altri domini di esistenza le regole utilizzabili in un piano non sono più sufficienti o adatte a spiegare adeguatamente ciò che osserviamo.

L’insufficienza dell’approccio deterministico nello studio della biologia e della medicina è evidenziato anche in altri campi della scienza. Già nei primi decenni del novecento il fisico Heisenberg evidenziò, basandosi sulla teoria quantistica, l'insufficienza delle leggi di causa ed effetto a livello microfisico.

Prima di Heisenberg la scienza accettava come fatto che i fenomeni non osservati fossero governati dalle stesse leggi che si applicano ai fenomeni osservati. Questa interpretazione (errata) della natura era conosciuta come il postulato di Laplace.

La teoria dei quanta ha dimostrato invece che, nel mondo infinitamente piccolo, è impossibile applicare l’approccio causa-effetto per spiegare il comportamento della natura.

 La spiegazione quanto-meccanica, unita ai presupposti della teoria della relatività di Einstein, mostra che la realtà ha invece un carattere statistico-probabilistico. Ne risulta che la natura, contrariamente alle idee della fisica classica, è "indeterminata".

 Qual è il significato di questa realtà fisica in campo medico?

Significa che, in medicina, fino ad un certo livello dimensionale si può ragionare in termini osservativi e di causa-effetto secondo gli schemi della patologia generale e speciale.

 Oltrepassato quel limite, fin dove cioè è possibile la descrizione e la numerazione,  il salto ad un livello superiore organizzativo vitale contiene dei fattori incontrollabili e indefinibili che rendono vane opinioni fondate su base numerabile e causale.

Comunque non importa quanto avanzerà la medicina scientifica; la prassi (pratica) medica manterrà sempre la sua supremazia come metodo di trattamento.

Questo perché prassi non significa soltanto l'attuazione di tutto ciò che è realizzabile e numerabile. La prassi è di volta in volta anche scelta e decisione fra diverse possibilità, e quindi si trova sempre in relazione all’”essere" dell'uomo. Inoltre, ciò che è realizzabile scientificamente può coprire solo una frazione delle manifestazioni vitali dell’individuo; resterà quindi palesemente insufficiente ad inquadrare accuratamente una malattia.

 Il problema della salute, insomma, se disancorato dalla centralità paziente-medico perché affidato all’”impresa" scientifico/tecnologica, finisce immancabilmente per perdere di vista i possibili generatori della malattia, sempre collegati all’intangibile e non quantificabile aspetto “vitale” dell’uomo.

 Tra le scienze che studiano la natura, la medicina è l'unica che non può mai essere concepita come “tecnica”, poiché essa identifica la sua capacità pratica non nella produzione di un oggetto, ma nel ripristino di quanto è naturale.

 Si richiedono quindi al medico qualità non solo tecniche ma umane, relative alla sua più intima esperienza di vita, capaci di individuare l’invisibile equilibrio salute/malattia così variabile da una persona ad un’altra.

Nella diagnosi di una malattia, se si desse invece troppa importanza al dominio tecnologico, esisterebbe il grave pericolo di eliminare progressivamente la spontaneità e la facoltà di giudizio del terapeuta.

 Inoltre, la scienza medica pura non è in grado di applicare praticamente le sue conoscenze. Nella complessità vitale che chiamiamo “uomo”, esistono degli aspetti (scale di valori, preferenze, abitudini, interessi personali) valutabili solo oggettivamente dal medico, per cui l’esperienza e saggezza del terapeuta giocheranno sempre un ruolo predominante.

 Il giudizio del medico, dunque, regola ancor oggi una sfera di attività particolarmente ampia, dove l'intervento della tecnica può dare solo un apporto marginale.

 Quando viene meno, ad esempio, la figura del medico di famiglia, che conosce il paziente, i suoi legami, le sue abitudini e le sue problematiche, si scivola nell’inaridimento sociale, se non nel rischio per l’individuo trattato.

E’ vero, una patologia caratterizzata da processi biologici costanti può essere classificata, quantificata e sistematizzata. Ma l’eziologia (lo studio delle cause di quella patologia) è un ammasso di causali indifferenti, che ha la sua ragion d'essere nel caso e quindi nell'infinito.

Per chiarire meglio il concetto di eziologia indifferente prendiamo un esempio. Supponiamo che un paziente manifesti le seguenti note:

Entità nosologica (tipo di malattia):           Ulcera gastrica

Sintomo:                                                       Dolore allo stomaco

Semeiotica (segni fisici):                            Proiezione algica dorsale

Alterazione anatomica:                               Erosione della mucosa

Alterazione funzionale:                                Ipercloridria

Alterazione microbiologica:                       Presenza di Helicobacter pylori

Com’è facile notare, in questo esempio si può codificare la malattia. I dati raccolti sono però insufficienti quando si passa al piano eziologico, quello delle sue cause.

 Quante e quali possono essere infatti le cause dell'ulcera?

La risposta è: “Infinite!”. Non tanto per il numero, quanto per la molteplicità e la gradualità delle loro combinazioni e interazioni.

Per ciascun caso osservato possono agire una miriade di fattori, quegli "accidenti non accidentali" (secondo una nota dell'OMS): costituzione, aggressioni esogene, sovraccarichi mentali, problemi psicologici, tensioni sociali, che possono produrre la malattia sia singolarmente, sia in sinergia semplice o complessa.

 Generalizzando, tutta la patologia può essere inquadrata verosimilmente in una prospettiva eziologica indeterministica. In ogni caso resta comunque fermo il valore conoscitivo dei meccanismi e dei processi patogenetici sottostanti – gli attrattori della malattia – suscettibile di remissione, nelle prime fasi, se si interviene anche solo sul piano fisico.

Se è vero, come viene sempre più emergendo, che la parte corporea è solamente una, anche se la più visibile, delle componenti della realtà umana, ne consegue che un intervento terapeutico non può essere indirizzato solo a questa, ma va differenziato per tener conto delle varie sfere esistenziali.

Dal momento che non è possibile “misurare” la salute, proprio perché essa rappresenta uno stato di intrinseca armonia unica alla persona, nell’approccio alla malattia non è plausibile fare esclusivamente affidamento su un unico sistema standardizzato.

Il trattamento medico non può quindi essere affrontato come una semplice corrispondenza fra causa ed effetto, intervento e risultato, sintomo e medicina, ma deve avere come obiettivo la restaurazione di quell’armonia nascosta che riflette la "globalità" dell'essere umano.

 Un sintomo ed una malattia non possono nascere dal niente. Sono sempre il risultato di un modo di essere, di vivere e di pensare. Com’è possibile, allora, credere di risolvere i problemi di un malato guardando solo alla sua fisiopatologia, un aspetto dipendente, di valore emergente inferiore rispetto alla totalità della sua esistenza?

Come può essere ritenuto possibile riassestare una vita con una pillola?

Considerando allora in questa luce il valore relativo del sintomo, è chiaro che esso non può avere tutta l’importanza che gli viene data oggi in medicina, tanto da costituirne la base quasi esclusiva della procedura terapeutica.