Qui di seguito vengono
riportati alcuni aspetti teorici della teoria del Dr.
Simoncini che sono segnalati nel sito
www.mednat.org
“La
mia idea è che essi non dipendano da misteriose cause genetiche,
immunologiche, auto immunologiche, come propone la medicina ufficiale,
fatti mai dimostrati, ma che piuttosto derivino da una semplice
aggressione fungina, non visualizzata, né studiata nella sua dimensione
intima connettivale.
Durante
i molti anni in cui ho studiato i tumori, cioè le atipiche colonie
fungine, ho potuto constatare che l’unico mezzo per distruggerle ed
impedire che si rinnovino, consiste nel somministrare forti
concentrazioni di sali, in particolare modo
Bicarbonato
di
Sodio, da far assumere in maniera peculiare rispetto alla sede
del cancro.
Non
a caso, egli continua, se si
osserva bene il comportamento in natura dei funghi, si nota che essi non
attecchiscono mai in prossimità di luoghi fortemente salini, ad esempio
in vicinanza di sacche idriche termali ecc.…….La
mia terapia, cioè il trattamento con i sali, è da combinare con una
terapia ricostituente contemporaneamente al trattamento con i sali; i
cancri sono derivati dai funghi come la sclerosi multipla e la psoriasi
ed oggi li si può trattare solo con i sali”.
Estratto:
Il
presente lavoro intende richiamare l’attenzione sul possibile ruolo
eziologico dei funghi nella malattia tumorale, in particolare della Candida
Albicans.
Partendo
difatti dalla loro infinita capacità di adattamento a tutti i substrati
biologici, nonché dalla loro estrema potenzialità patogena, di molto
superiore ad ogni altro micro-organismo, non risulta ormai più
accettabile una loro collocazione in quello spazio indefinito e
indefinibile che comprende i cosiddetti patogeni occasionali.
Se,
come è noto, i funghi sono in grado di attaccare qualsiasi sostanza
organica, specialmente quella in via di degradazione, allora è
possibile ipotizzare un loro attecchimento nell’intimità dei tessuti,
laddove particolari condizioni contingenti lo permettano.
Un
trattamento finalizzato alla loro eradicazione deve quindi tenere conto
sia della loro diffusibilità che della loro complessità biologica,
cosa che non può essere ottenuta oggi né con le terapie oncologiche, né
tantomeno con quelle antimicotiche.
Vengono
illustrati 7 casi, trattati in maniera peculiare e risolutoria con il
bicarbonato di sodio, una sostanza alcalina molto diffusibile e quindi
notevolmente attiva contro la Candida in tutte le sue manifestazioni;
essi possono indicare un nuovo modo di procedere in campo oncologico.
Solo
abbandonando la tesi oncologica universalmente condivisa, che il tumore
cioè derivi da un’anomalia riproduttiva cellulare, e reimpostando
tutta la ricerca in un’ottica infettiva micotica, è lecito sperare
nella definitiva sconfitta del cancro.
Premessa:
Lo
scritto che si propone trova la sua ragione d’essere nella
convinzione, supportata da tanti anni di studi, osservazioni, riscontri
ed esperienze cliniche, che la causa necessaria e sufficiente del tumore
vada ricercata nell’immenso mondo dei funghi, i micro-organismi più
adattabili, più aggressivi e più evoluti che si conoscano in natura.
Varie
volte ho tentato di trovare ascolto presso gli organi istituzionali
competenti (Ministero della sanità, Istituto Nazionale Tumori,
Associazione oncologica medica italiana, ecc.) esponendo il mio sistema
di pensiero e di cura; non essendo io risultato inquadrabile, però, in
un contesto convenzionale, e quindi non ritenuto credibile, sono stato
semplicemente accantonato.
Un
areopago diverso da quelli già sondati, rappresenta la speranza di
avere la possibilità di divulgare una concezione sulla salute diversa
da quelle del panorama medico attuale, sia dalle posizioni ufficiali che
da quelle definite collaterali.
Nella
contrapposizione difatti tra un ideale medico allopatico e un ideale che
si definisce di stampo prettamente ippocratico, esiste oggi una
situazione in cui agli uni viene addebitata l’incapacità di
considerare l’individuo in maniera globale, con tutte le distorsioni e
aberrazioni connesse con un simile modo di vedere (superspecialismo,
aggressività terapeutica, superficialità, nocività ecc.); agli altri
viene rimproverato il carattere di non scientificità, di genericità,
di mancanza di incisività terapeutica.
La
posizione da me propugnata invece rappresenta il punto di incontro tra
le due impostazioni sanitarie descritte, in quanto sotto il profilo
concettuale le valorizza e le sublima entrambe, evidenziando come in
realtà siano vittime di un comune linguaggio conformista.
L’ipotesi
difatti di una eziopatogenesi fungina nelle malattie
cronico-degenerative del nostro tempo, essendo in grado di congiungere i
contenuti etici dell’individuo con lo sviluppo di patologie
specifiche, rende ragione delle due anime della medicina, quella
allopatica e quella olistica, proponendosi così con forza come
quell’anello mancante della psicosomatica tanto ricercato da uno dei
suoi padri, Wiktor Von Weiszäcker, ma mai trovato.
Nella
dimensione biologica dei funghi ad esempio, è possibile rapportarne i
diversi gradi di patogenicità relativamente allo stato degli organi,
dei tessuti, delle cellule di un organismo ospite, a sua volta
dipendente anche e soprattutto dal comportamento dell’individuo.
Ogni
volta che si superano le capacità di recupero di una determinata
struttura psicofisica, inevitabilmente, pur con le eventuali concause
accidentali, ci si espone all’aggressione (fin nelle dimensioni più
intime) di quegli agenti esterni che altrimenti rimarrebbero innocui.
Esistendo
quindi un nesso indubitabile tra morale e malattia, non appare più
lecito tenere distinti due domini (allopatico e naturopatico) che
risultano ambedue indispensabili per il miglioramento della salute degli
individui.
La
scissione platonica dell’uomo in anima e corpo, rea dell’attuale
nefasta impostazione meccanicistica e fisicalista della medicina
attuale, così come pure la pessimistica posizione Kantiana riguardo a
un’integrazione tra contenuti razionali e passionali dell’individuo
("il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di
me"), generatrice dell’attuale miope epistemologia medica, hanno
fatto ormai il loro tempo, e con esse tutti i sistemi di pensiero
derivati da simili impostazioni teoriche restrittive e riduttive.
Candida
Albicans: causa necessaria e sufficiente del tumore:
Nell’affrontare
il problema medico odierno più urgente, il tumore, la prima cosa da
fare è riconoscere che ancora non si conosce la sua vera causa.
Pur
se trattato difatti in vari modi, sia dalla medicina ufficiale che da
quelle collaterali, permane tuttora un alone di mistero sul suo reale
processo di generazione.
Il
tentativo di superare lo stato di impâsse attuale deve allora
necessariamente passare per due fasi: una critica, che metta a nudo i
limiti dell’attuale oncologia, l’altra propositiva che esponga un
sistema di cura basato su nuovi presupposti teorici.
In
accordo con le più recenti impostazioni di filosofia della scienza, che
suggeriscono un atteggiamento controinduttivo (1) laddove sia
impossibile trovare una soluzione con gli strumenti concettuali
comunemente accettati, emerge, come unica impostazione logica
ammissibile, quella di rifiutare il principio su cui si fonda
l’oncologia, cioè che il tumore sia determinato da un’anomalia
riproduttiva cellulare.
Se
si mette in discussione però una simile ipotesi di partenza, appare
chiaro come tutte le teorie che da essa derivano, risultano
inevitabilmente improponibili.
Ne
consegue che sia un processo autoimmunologico, secondo il quale gli
elementi preposti alle difese contro gli agenti esterni indirizzano la
propria capacità distruttiva nei confronti dei costituenti interni, sia
un’anomalia della struttura genetica, che prevederebbe uno sviluppo
implicito in direzione autodistruttiva, risultano inevitabilmente
squalificati.
Tentare
poi, come spesso accade, di propugnare una teoria della pluricausalità
con effetto oncogeno sulla riproduzione cellulare, ha più il sapore di
un inane paravento dietro il quale purtroppo non s’intravede via
d’uscita, dal momento che proporre infiniti motivi più o meno
associati fra loro significa in realtà non individuarne nessuno valido.
Invocare
così di volta in volta il fumo, l’alcool, le sostanze tossiche, le
abitudini alimentari, lo stress, gli influssi psicologici ecc., in
mancanza di direttive produce solo confusione e rassegnazione, con il
risultato di ammantare di mistero una malattia che potrebbe essere alla
fin fine molto più semplice di come la si dipinge.
A
titolo informativo è utile svelare poi, una volta per tutte, il quadro
delle presunte influenze genetiche nello sviluppo dei processi tumorali,
così come sono descritte dai biologi molecolari (di quegli studiosi cioè
ai quali compete la ricerca degli infinitesimi meccanismi cellulari
vitali, ma che in realtà non hanno mai visto un paziente), e sul quale
si basano tutti i sistemi medici attuali, e quindi ahimè tutte le
terapie attuali.
L’ipotesi
portante di una causalità genetica in senso neoplastico si riduce
essenzialmente al fatto che le strutture e i meccanismi preposti alla
normale attività riproduttiva cellulare, per cause imprecisate assumono
in un determinato momento un atteggiamento autonomo e svincolato
rispetto alla globale economia tissutale.
I
geni allora che normalmente svolgono un ruolo positivo nella
riproduzione cellulare, vengono chiamati proto-oncogeni in un ottica
deviata; quelli che la inibiscono, sono chiamati geni soppressori o
oncogeni recessivi.
Fattori
cellulari sia endogeni (in realtà mai dimostrati), sia esogeni, cioè
tutti quegli elementi cancerogeni usualmente invocati, vengono ritenuti
responsabili della degenerazione neoplastica dei tessuti.
Nello
J. H. Stein (Milano 1995) viene riportato quanto segue:
I
segnali mitogenici, dal microambiente o da aree di influenza più
distanti, vengono comunicati alle cellule attraverso numerose strutture
recettoriali associate alla membrana plasmatica.
Tra
queste strutture, le più esaurientemente studiate sono i recettori con
un dominio esterno per il legante, un dominio transmembrana e un dominio
citoplasmatico avente attività tirosinchinasi.
Oltre
a questi si pensa che almeno sette distinte classi di molecole
partecipino alla trasmissione del segnale mutageno:
1)
Recettori accoppiati a proteine G.
2)
Canali ionici.
3)
Recettori con attività intrinseca guanilato ciclasi.
4)
Recettori per molte linfochine, citochine e fattori di crescita (interleuchina,
eritropoietina, ecc.).
5)
Recettori per l’attività fosfotirosina fosforilasi.
6)
Recettori nucleari appartenenti alla famiglia supergenica del recettore
per gli ormoni steroidei, estrogeni, tiroidei.
7)
Infine prove sempre più numerose suggeriscono che le molecole di
adesione espresse sulle superfici delle cellule comunicano con il
microambiente in modi che producono conseguenze molto importanti sulla
crescita e sulla differenziazione cellulare.
Ad
un analisi appena superficiale di questo presunto quadro oncogeno, però,
sembra evidente come tutta questa irrefrenabile iperattività genetica,
partorita da elementi che stanno al confine tra l’oscuro ed il
mostruoso, e che quindi fanno presagire chissà quali meccanismi
abissali decifrabili con meccanismi concettuali altrettanto abissali,
non può far altro che svelare l’abissale idiozia che sta alla base di
un simile modo di impostare le cose.
Il
fatto ancor più grave poi, è che nessuno nel panorama sanitario
attuale mette in dubbio siffatte imbecillità, ma tutti gli addetti ai
lavori non fanno altro che ripetere la stantia litania dell’anomalia
riproduttiva cellulare su base genetica.
In
questo stato di cose allora, esibendo la teoretica medica attuale una
pochezza e una superficialità queste si abissali, conviene cercare
nuovi orizzonti e strumenti concettuali, in grado di far emergere la
reale ed unica eziologia neoplastica.
Dopo
tanti anni di fallimenti e di sofferenze, è ora di svecchiare menti e
mentecatti (in senso etimologico), con linfa nuova e produttiva: i
misteriosi e complicati fattori genetici, la mostruosa capacità
riproduttiva di un’entità patologica capace di scompaginare qualsiasi
tessuto, l’implicita ancestrale tendenza dell’organismo umano a
deviare in senso autodistruttivo o altre simili argomentazioni, condite
peraltro con una quantità di "se" e di "forse" di
valore esponenziale, hanno più il sapore della farneticazione piuttosto
che del sano discorso scientifico.
Una
volta però rifiutate tutte le attuali prospettive oncologiche, è
legittimo chiedersi come debbano essere inquadrati i successi ottenuti
dalla medicina ufficiale ed eventualmente dalle correnti alternative.
A
tal proposito è utile ricordare che l’odierna epistemologia ha
dimostrato come i contributi di causalità degli elementi contestuali e
co-testuali di una teoria, se indefinibili, sono aleatori, specialmente
nello spazio ultradimensionale.
Ciò
significa in pratica che i dati o facts positivi e ritenuti probanti
riguardo a un principio di base (ad esempio la citata anomalia
riproduttiva cellulare), ottenuti utilizzando un numero di variabili
ristretto rispetto alla complessità della malattia umana, non sono
affidabili, dal momento che dipendono esclusivamente dalle condizioni
iniziali ipotizzate.
Laddove
si ammette difatti la possibilità di miglioramenti e guarigioni, sotto
il profilo logico non è ammissibile attribuirli a questo o quel metodo
di cura più o meno ufficiale, dal momento che, non potendo essere
specificate e comprese tutte o la maggior parte delle componenti che
entrano in giuoco nell’oggetto uomo, non possono sussistere condizioni
di decidibilità assoluta.
Paradossalmente,
l’eventuale effetto positivo di ciascun sistema terapeutico potrebbe
discendere da elementi sconosciuti a tutti e non preventivati, i quali
però, potrebbero essere influenzati o determinati in qualche misura da
ognuno di essi.
Ci
si troverebbe cioè nella condizione in cui tutti avrebbero a ragione il
diritto di magnificare il proprio punto di vista, pur non conoscendo
nessuno il vero motivo dei propri successi.
In
questo caso allora anche la più accurata e rigorosa sperimentazione
assume un carattere finzionale piuttosto che di vera corrispondenza con
la realtà, risultando alla fine come una continua sterile petitio princìpi.
Accantonata
completamente perciò la cornice concettuale dell’odierna oncologia,
con tutte le varianti interpretative d’ordine genetico, immunologico,
tossicologico, rimane come unica via logicamente esperibile, quella
delle malattie infettive, da guardare eventualmente, e da riconsiderare,
con occhi diversi da come è stata considerata fino ad oggi.
Confortano
peraltro una simile conclusione due considerazioni, una di ordine
storico e una di ordine epidemiologico: la prima risulta dal fatto che
nell’approccio terapeutico al malato il salto di qualità, la
possibilità cioè di curarlo concretamente, è stato determinato quasi
esclusivamente dallo sviluppo della microbiologia; la seconda discende
dall’analisi del prolungamento della vita media verificatosi negli
ultimi decenni, il quale, essendo associato a un inevitabile cambiamento
nella reattività degli individui, si può ipotizzare come un fattore
determinante nello sviluppo di patologie infettive atipiche.
Per
trovare allora l’eventuale ens morbi cancerogeno nell’orizzonte
della microbiologia, appare utile risalire preliminarmente ai concetti
tassonomici di base della biologia, dove ci si accorge che esiste un
notevole grado di indecisione e di indeterminazione.
Già
nel secolo scorso difatti un biologo tedesco, Ernesto Haeckele
(1834-1919), partendo dal concetto linneiano che fa dei viventi due
grandi regni –quello dei vegetali e quello degli animali- aveva
denunciato la difficoltà di sistemazione di tutti quegli organismi
microscopici che per le loro caratteristiche e proprietà non potevano
essere attribuiti o al regno animale o a quello vegetale, e per i quali
aveva proposto un terzo regno denominato dei Protisti.
“Questo
vasto e complesso mondo muove da entità a struttura subcellulare -
siamo al limite della vita- quali i viroidi e i virus, per arrivare,
attraverso i micoplasmi, ad organismi di più elevata organizzazione:
batteri, attinomiceti, mixomiceti, funghi, protozoi e, se si vuole,
anche qualche alga microscopica.” (1).
L’elemento
comune a questi organismi è il sistema di alimentazione, che,
compiendosi (salvo poche eccezioni) per diretto assorbimento di composti
organici solubili, li differenzia sia dagli animali, che si nutrono
ingerendo anche e soprattutto materiali organici solidi trasformati poi
con i processi della digestione, sia dai vegetali capaci, partendo da
composti minerali e utilizzando energia luminosa, di sintesi della
sostanza organica.
La
tendenza attuale dei biologi riprende, sia pure perfezionato, il
concetto del terzo Regno; qualcuno però va ancora più oltre,
argomentando come in esso i Funghi debbano figurare in una diversa
sistemazione.
Se
poniamo –così difatti riferisce O. Verona (2)- nel primo regno gli
organismi pluricellulari dotati di capacità fotosintetiche (piante) e
nel secondo gli organismi sprovvisti di pigmenti fotosintetici
(animali), gli uni e gli altri costituiti da cellule provviste di nucleo
distinto (eucarioti); e, in addizione, poniamo in altro regno (Protisti)
gli organismi monocellulari sprovvisti di clorofilla e con cellule prive
di nucleo distinto (procarioti), i Funghi possono costituire un loro
Regno per l’assenza di pigmenti fotosintetici, l’essere mono ma
anche pluricellulari e, infine, possedere nucleo distinto.
Di
più, rispetto a tutti gli altri micro organismi possiedono una strana
proprietà, quella di avere una struttura di base microscopica
(l’ifa), e nel contempo la tendenza ad assumere notevoli dimensioni
(perfino di molti kg.), rimanendo
invariata la capacità di adattamento e di riproduzione ad ogni livello
di grandezza.
In
questo senso perciò non possono essere considerati propriamente come
organismi, ma come aggregati cellulari sui generis con comportamento
organismico, dal momento che ciascuna cellula mantiene intatte le
proprie potenzialità di sopravvivenza e di riproduzione,
indipendentemente dalla struttura in cui è inserita.
Risulta
chiaro, perciò, come sia estremamente arduo identificare in tutti i
suoi processi biologici delle realtà viventi così complesse, tant’è
che permangono a tutt’oggi in micologia enormi lacune e
approssimazioni di carattere tassonomico.
Vale
la pena allora soffermarsi più approfonditamente su questo strano mondo
dalle caratteristiche così peculiari, cercando di sottolineare quegli
elementi in qualche modo attinenti con una
problematica oncologica.
1)
I Funghi sono organismi eterotrofi e pertanto abbisognano, con
riferimento al carbonio e all’azoto, di composti preformati, di cui i
carboidrati semplici, ad esempio i monosaccaridi (glucosio, fruttosio,
mannosio) sono gli zuccheri più di altri utilizzati.
Ciò
significa che nel loro ciclo vitale dipendono da altri esseri viventi,
che in varia misura debbono essere
sfruttati, sia in maniera saprofitica ( nutrendosi di scorie
organiche) che in maniera parassitaria (attaccando direttamente i
tessuti dell’ospite), per esigenze alimentari.
2)
Presentano una grande varietà di manifestazioni riproduttive (sessuali,
asessuali, per gemmazione, spesso tutti osservabili in un unico micete),
unita a una grande varietà morfostrutturale dei relativi organi,
finalizzate alla formazione delle spore cui è affidata la continuazione
e la diffusione della specie.
3)
E’ possibile osservare frequentemente in micologia un particolare
fenomeno, denominato etrocariosi, caratterizzato dalla coesistenza di
nuclei normali e nuclei mutati, in cellule che hanno subito una fusione
ifale.
Oggigiorno
esiste una grossa preoccupazione, da parte dei fitopatologi, per la
formazione di individui geneticamente anche molto diversi dai genitori,
attuatasi mediante tali cicli riproduttivi definiti parasessuali.
L’uso
indiscriminato di fitofarmaci difatti ha spesso determinato mutazioni
dei nuclei di molti funghi parassiti, con conseguente formazione di
eterocarion talvolta particolarmente virulenti nella loro patogenicità.(3).
4)
Nella dimensione parassitaria i funghi possono sviluppare dalle ife
delle strutture specializzate a forma di rostro più o meno ristretto
(l’appresssorio e l’austorio), che permettono la penetrazione
nell’ospite.
5)
La produzione di spore può essere così abbondante da comprendere
sempre, ad ogni ciclo, decine, centinaia e perfino migliaia di milioni
di elementi che possono essere dispersi a notevole distanza dal punto di
emissione (4) (basta ad esempio un piccolo movimento, per determinarne
l’immediata diffusione).
6)
Le spore possiedono una resistenza enorme alle aggressioni esterne,
essendo capaci di rimanere dormienti, se le condizioni ambientali non lo
consentono, per molti anni, conservando inalterate le potenzialità
rigenerative.
7)
Il coefficiente di sviluppo degli apici ifali, dopo la germinazione è
estremamente veloce (100 micron al minuto in ambiente ideale), con una
capacità di ramificazione e quindi con la comparsa di una nuova regione
apicale che in qualche caso si aggira sull’ordine dei 40-60 secondi
(5).
8)
La forma del fungo non è mai definita, essendo imposta dall’ambiente
in cui si sviluppa.
E’
possibile osservare ad esempio uno stesso micelio allo stato di semplici
ife isolate in ambiente liquido, oppure in forma di aggregazioni via via
sempre più solide e compatte, fino alla formazione di pseudoparenchimi
(stromi) e di filamenti e cordoni miceliari (rizomorfe).(6)
Parimenti
è possibile constatare in funghi diversi la stessa forma, laddove si
debbano uniformare allo stesso ambiente
(è il cosiddetto fenomeno del dimorfismo).
9)
La parziale o totale sostituzione delle sostanze nutritive induce
frequenti mutazioni nei funghi, che testimoniano l’accentuata
adattabilità a tutti i substrati.
10)
Quando esistono condizioni nutrizionali precarie molti funghi reagiscono
con la fusione ifale (tra funghi vicini), che consente loro di esplorare
più facilmente e con processi fisiologici più completi il materiale a
disposizione.
Tale
proprietà, che sostituisce alla competizione la cooperazione, li fa
distinguere da ogni altro micro organismo e per questo Buller li chiama
organismi sociali.(7)
11)
Nel caso in cui una cellula invecchi o venga danneggiata (ad esempio da
sostanze tossiche), molti funghi i cui setti intercellulari sono dotati
di un poro, reagiscono con l’attuazione di un processo di difesa
chiamato flusso protoplasmatico, mediante il quale trasferiscono il
nucleo e il citoplasma della cellula danneggiata in una altra sana,
conservando inalterate le proprie potenzialità biologiche.
12)
I fenomeni di regolazione dello sviluppo di ramificazione ifale, tuttora
sconosciuti (8), consistono o in uno sviluppo ritmico o nella comparsa
di settori, che, pur prendendo origine dal sistema ifale, sono
autoregolati (9), cioè indipendenti dalla regolazione e dal
comportamento del resto della colonia.
13)
I funghi sono in grado attuare un’infinità di modificazioni al
proprio metabolismo per vincere i meccanismi di resistenza
dell’ospite, rappresentati da azioni plasmatiche e biochimiche, oltre
che da aumento volumetrico (ipertrofia) e numerico (iperplasia) delle
cellule colpite.(10)
14)
Sono dotati di una tale aggressività da attaccare oltre che piante,
tessuti animali, derrate alimentari, altri funghi, anche protozoi, amebe
e nematodi.
La
caccia a questi ultimi ad esempio si attua con particolari modificazioni
ifali che costituiscono delle vere e proprie trappole miceliari, ad
intreccio, vischiose, o ad anello, che portano all’immobilizzazione
dei vermi e alla susseguente invasione ifale.
In
certi casi la potenza aggressiva fungina è così alta da consentire, a
un anello cellulare formato da sole tre unità, di stringere,
imprigionare ed uccidere una preda in poco tempo malgrado i suoi
disperati scuotimenti.
Dalle
brevi notazioni suesposte dunque, sembra giusto dedicare una maggiore
attenzione al mondo dei funghi, specialmente in considerazione del fatto
che biologi e microbiologi in quasi tutte le descrizioni e
interpretazioni sulla loro forma, fisiologia e riproduzione, evidenziano
costantemente delle lacune e dei vuoti di conoscenza di vaste
proporzioni.
Una
causa vera perciò, estremamente logica della proliferazione
neoplastica, sembra risiedere proprio in un fungo, nel più potente cioè
e nel più organizzato micro organismo che si conosca, e probabilmente
in quei Funghi Imperfetti (così denominati a motivo della disconoscenza
e dell’incomprensione dei loro processi biologici), la cui prerogativa
essenziale risiede nella loro capacità fermentativa.
Entro
l’esiguo raggruppamento dei funghi patogeni, dunque, si può
nascondere la più grave malattia per l'uomo, localizzabile ormai solo
con alcune facili deduzioni in grado di concludere il cerchio fino alla
soluzione.
Considerando
perciò, tra le specie parassite umane, che Dermatofiti e Sporotrichum
dimostrano una morbosità troppo specifica, e che Attinomiceti,
Toluropsis e Histoplasma per esperienza entrano in un contesto
patologico molto raramente, ecco che emerge nitidamente la Candida Albicans, come unico responsabile della proliferazione tumorale. E
in effetti, riflettendo un momento sulle sue caratteristiche, non poche
analogie emergono con la malattia neoplastica, quali tra le più
evidenti:
1)
Attecchimento ubiquitario; non viene risparmiato praticamente nessun
organo o tessuto.
2)
Costante assenza di iperpiressia.
3)
Sporadico e indiretto coinvolgimento dei tessuti differenziati.
4)
Invasività di tipo quasi esclusivamente focale.
5)
Debilitazione progressiva.
6)
Refrattarietà di fronte a qualsiasi trattamento.
7)
Proliferazione favorita da una molteplicità di concause indifferenti.
8)
Configurazione sintomatologica di base con struttura tendente alla
cronicizzazione.
Esiste
quindi una potenzialità patogena eccezionalmente alta e diversificata
in questo micete di pochi micron che, pur se non rintracciabile con gli
attuali strumenti sperimentali, non può essere disconosciuta dal punto
di vista clinico.
Di
certo poi non può soddisfare la sua attuale sistemazione nosologica
perché, non tenendo conto delle infinite possibili configurazioni
parassitiche, risulta in pratica troppo semplicistica e riduttiva.
Si
deve ipotizzare perciò che la Candida, nel momento in cui viene
attaccata dal sistema immunologico dell'ospite oppure da un trattamento
antimicotico convenzionale, non reagisce secondo gli usuali schemi
codificati, ma si difende trasformandosi in elementi sempre più piccoli
e indifferenziati ancorché integralmente fecondi, fin quasi a occultare
la propria presenza, sia all'organismo parassitato, sia ad eventuali
indagini diagnostiche. Il
suo comportamento si può considerare un po' come ad elastico:
Quando
sussistono condizioni favorevoli di attecchimento, si espande florida su
un epitelio; non appena si innesca la reazione tissutale, si trasforma
massivamente in una forma meno produttiva ma non attaccabile, la spora;
qualora poi, si determinino delle soluzioni di continuo sub epiteliali,
coniugate con una sopraggiunta areattività, in quel momento la spora si
insinua approfondendosi nel connettivo sottostante, in un tale stato di
inattaccabilità da risultare irreversibile.
In
pratica cioè, la Candida si avvale di una intercambiabilità
strutturale, che utilizza a seconda delle difficoltà presenti nella
propria nicchia biologica:
Così,
nel suolo, nell'aria, nell'acqua, nella vegetazione ecc., vale a dire
laddove non è prevista alcuna reazione anticorpale, è libera di
espandersi in una forma vegetativa matura; negli epiteli invece assume
una forma mista, ridotta alla sola componente sporificata quando penetra
nei piani più profondi, dove tende di nuovo ad espandersi in presenza
di condizioni di areattività tissutale.
Iniziale
passo obbligato di una ricerca approfondita sarebbe allora quello di
capire se e in quali dimensioni trascende la spora, quali meccanismi
mette in moto per nascondersi, o, ancora, se conserva sempre la sua
caratteristica di parassita oppure si dispone in una posizione di neutra
quiescenza, difficile se non impossibile da rilevare da parte del
sistema immunitario.
Per
queste e per altre simili domande, purtroppo oggi non ci si può
avvalere di presidi adatti, né teorici né tecnici, dimodoché gli
unici suggerimenti validi possono pervenire solo dalla clinica e
dall'esperienza, capaci, se non di fornire soluzioni immediate, almeno
di stimolare ulteriori domande.
Ammettendo
dunque che la Candida
Albicans sia l’agente responsabile dello
sviluppo tumorale, una terapeutica mirata
dovrebbe tenere conto non solo delle sue manifestazioni
macroscopiche e statiche, ma anche di quelle ultramicroscopiche,
specialmente nella loro valenza dinamica, cioè riproduttiva.
Ed
è molto probabilmente nei punti di transizione dimensionale, cioè, che
vanno individuati i siti d'attacco, in una bonifica che comprenda tutto
lo spettro dell'espressione biologica parassitaria, vegetativa, sporale
ed eventualmente ultradimensionale, al limite virale.
Se
ci si sofferma invece solo ai fenomeni più evidenti, si rischia di
somministrare pomate e unguenti a vita (nelle dermatomicosi o nella
psoriasi), o di aggredire maldestramente (con chirurgia, radioterapia e
chemioterapia) le enigmatiche masse tumorali, con il risultato di
favorirne esclusivamente la propagazione, peraltro già di per sé così
esaltata nelle forme fungine.
Perché,
ci si domanda però, si dovrebbe supporre una diversa e esaltata attività
della Candida
Albicans, dal momento che è stata descritta
abbondantemente nelle sue manifestazioni patologiche?
La
risposta risiede nel fatto che essa è stata studiata solo in un ambito
patogeno, cioè solo in rapporto ai tessuti di rivestimento di un
organismo; in realtà la Candida possiede una valenza aggressiva diversificata in funzione del
tessuto interessato; è solo nel connettivo o nell’ambiente
connettivale difatti, e non nei tessuti differenziati che trova le
condizioni di un‘espansione illimitata.
Questo
peraltro emerge riflettendo un attimo sulla principale funzione del
tessuto connettivo, che è proprio quella di veicolare e di rifornire di
sostanze nutritive le cellule di tutto l’organismo.
E’
in questa sede, difatti, da considerare come un ambiente esterno sui
generis rispetto alle cellule più differenziate (nervose, muscolari,
ecc.), che si verifica la competizione alimentare:
da
una parte gli elementi cellulari dell’organismo che cercano di
scalzare ogni forma di invasione, dall’altra le cellule fungine che
tentano di assorbire sempre maggiori quantità di sostanze nutritive,
obbedendo alla necessità biologica della specie di tendere alla
formazione di masse e colonie sempre più grandi e diffuse.
Dalla
combinazione di vari fattori inerenti l’ospite e l’aggressore, è
possibile dunque ipotizzare l’evoluzione di una candidosi:
1°Stadio.
Epiteli integri, assenza di fattori debilitanti.
La Candida può rimanere solo come saprofita.
2°Stadio.
Epiteli non integri (erosioni, abrasioni ecc.), assenza di
fattori debilitanti, condizioni transitorie
inusuali (acidosi, dismetabolismo, dismicrobismo ecc.).
La Candida si espande superficialmente (micosi classica, esogena
ed endogena).
3°Stadio.
Epiteli non integri, presenza di fattori debilitanti (tossici,
radianti, traumatici, neuropsichici
ecc.).
La Candida si approfondisce nei piani sub epiteliali, da cui
eventualmente viene veicolata in
tutto l’organismo tramite il sangue e la linfa (micosi intima).
(11)
Gli
stadi 1 e 2 sono quelli più studiati e conosciuti, mentre lo stadio 3,
pur descritto nella sua diversità morfologica, viene ricondotto a una
silente forma di saprofitismo.
Questo
dal punto di vista logico non è accettabile, poiché nessuno può
dimostrare l’innocuità delle cellule fungine presenti nelle parti più
intime dell’organismo.
Assumere
difatti che la Candida possa avere lo stesso comportamento di saprofita
osservabile sugli epiteli integri allorquando è riuscita ad insinuarsi
nei piani più profondi, è un’operazione a dir poco rischiosa, poiché
dovrebbe essere sostenuta da concetti assolutamente aleatori .
Non
solo difatti si dovrebbe ammettere a priori l’inidoneità
dell’ambiente connettivale sotto il profilo nutritivo per la Candida,
ma anche, nel contempo, l’onnipotenza sempre e comunque delle difese
ospiti nei confronti di una struttura organica di per sé invasiva, che
dovrebbe risultare poi del tutto inerme nei tessuti più profondi.
Per
quanto riguarda il primo punto però, è difficile immaginare che un
micro organismo così capace di adattarsi a qualsiasi substrato, non
riesca a trovare elementi di sussistenza nella sostanza organica umana;
parimenti azzardato sembra ipotizzare un‘efficienza difensiva totale
dell’organismo umano in ogni momento dell’esistenza.
Riguardo
infine ad una presunta tendenza ad uno stato di quiescenza e di
vulnerabilità di un agente patogeno qual è il fungo, del micro
organismo cioè più invasivo e più aggressivo che esiste in natura,
tutto ciò ha piuttosto il sapore dell’incoscienza.
Urge
pertanto, in base alle considerazioni suesposte, una rapida presa di
coscienza sulla pericolosità di un tale agente patogeno capace di
assumere con disinvoltura le più svariate configurazioni biologiche,
sia biochimiche che strutturali, in funzione delle condizioni degli
organismi parassitati.
Il
gradiente d’espansione fungino, difatti, è tanto più alto quanto
meno eutrofico e quindi reattivo è il tessuto sede di invasione
micotica.
Nel
corpo umano quindi, ogni elemento, esterno o interno, che determina una
diminuzione dello stato di benessere di un organismo, di un organo o di
un tessuto, possiede una potenzialità oncogena, non tanto per
un’eventuale intrinseca capacità lesiva, quanto per una generica
proprietà di favorire l’attecchimento fungino, cioè tumorale.
La
rete causale allora, così spesso invocata nell’odierna oncologia, in
cui entrano fattori tossici, genetici, immunologici, psicologici,
geografici, morali, sociali ecc., in realtà trova una giusta
collocazione solo in un’ottica infettiva micotica, dove la sommazione
aritmetica e diacronica di elementi nocivi funge da co-fattore
all’aggressione esterna.
Dimostrata
così in via teorica l’equivalenza tumore = fungo, è chiaro come la
sua chiave interpretativa ponga una serie di interrogativi sulle attuali
terapie, sia oncologiche (utilizzate senza indici di riferimento), sia
antimicotiche (utilizzate solo a livello superficiale).
Quale
strada conviene percorrere oggi, allora, di fronte a un malato di
cancro, dal momento che i trattamenti oncologici convenzionali, non
essendo eziologici, possono portare effetti positivi solo in via
occasionale?
In
un’ottica fungina, difatti, l’efficacia della chirurgia risulta
notevolmente ridotta dal carattere di estrema diffusibilità e invasività
di un aggregato miceliale, cosicché un suo potere risolutorio è legato
al caso, alle condizioni cioè in cui si ha la fortuna di asportare
completamente tutta la colonia (la qual cosa spesso è resa possibile da
uno stato di incistazione sufficiente).
La
chemioterapia e la radioterapia poi, possono produrre quasi
esclusivamente effetti negativi, sia per la loro inefficacia specifica,
sia per l’alta tossicità e lesività nei confronti dei tessuti, che
in ultima analisi favorisce maggiormente l’aggressività micotica.
Una
terapia antifungina - antitumorale specifica, invece, dovrebbe tenere
conto dell’importanza del tessuto connettivo unitamente alla
complessità riproduttiva dei funghi; solo attaccandoli in tutte le
bande d’esistenza nella sede nutritizia a loro più confacente, è
possibile sperare di eradicarli dall’organismo umano.
Il
primo passo da compiere perciò è quello di rafforzare il malato di
cancro con misure ricostituenti generiche (alimentazione, integratori,
regolazione dei ritmi e delle funzioni vitali), in grado di potenziare
già da sole aspecificamente le difese dell’organismo.
Riguardo
poi alla possibilità di disporre di quei farmaci risolutori che
purtroppo oggi non esistono, appare utile, nel tentativo di trovare una
sostanza antifungina molto diffusibile e quindi efficace, di considerare
l’estrema sensibilità della Candida nei confronti del bicarbonato di
sodio (ad esempio nella candidosi orale dei lattanti), la qual cosa
peraltro si accorda con la sua accentuata capacità di riprodursi in
ambiente acido.
Teoricamente
perciò, escogitando dei trattamenti in cui si riesca a mettere il fungo
a contatto con alte concentrazioni di bicarbonato, si dovrebbe assistere
alla regressione delle masse tumorali interessate.
E
questo è quanto avviene in molti tipi di tumore, specialmente quello
dello stomaco e quello del polmone, il primo suscettibile di regressione
proprio per la sua posizione anatomica "esterna", il secondo
per la notevole diffusibilità del bicarbonato nel sistema bronchiale e
per la sua alta responsività alle misure ricostituenti generali.
Applicando
dunque una simile impostazione terapeutica, è stata possibile in alcuni
pazienti la completa remissione della sintomatologia e la
normalizzazione dei dati strumentali.
Vengono
riportati qui di seguito alcuni casi (quelli
più nitidi, sopravvissuti da più di 10 anni).
Caso
1) Una paziente di 70 anni, con diagnosi di adenocarcinoma dello
stomaco, supportata dai comuni tests oncologici (Tac, biopsia, ecc.),
due giorni prima dell'operazione fissata, accettando il consiglio di
tentare una strada meno cruenta, esce dall'ospedale.
Per
il periodo di un mese le viene somministrato bicarbonato di sodio (1
cucchiaino abbondante in un bicchiere d'acqua) da assumere mezz'ora
prima della colazione, cioè a stomaco vuoto, con lo scopo di
potenziarne al massimo l'attività.
Dopo
circa due mesi avviene la normalizzazione della funzionalità gastrica
con attenuazione e poi perdita di tutta la sintomatologia connessa con
la patologia neoplastica (inappetenza, pesantezza digestiva,
spossatezza, accessi lipotimici, ecc.)
Dopo
un esame endoscopico eseguito a distanza di un anno dall'inizio della
terapie, attestante la completa remissione della formazione neoplastica,
la paziente rifiuta ulteriori ricerche.
E'
tuttora vivente a distanza di 15 anni dal trattamento.
Caso
2) Paziente di 67 anni, con una storia di ulcera gastrica alle spalle,
al quale essendo diagnosticato in ambiente ospedaliero nel tumore dello
stomaco, viene consigliata una gastrectomia.
Egli,
convinto che la sua malattia sia solo un'esacerbazione dell'ulcera,
spinto perciò a trovare alternative all'intervento chirurgico, si
sottopone a terapia con bicarbonato, attuata come nel caso 1, la quale
determina in pochi mesi la regressione della sintomatologia neoplastica.
Dopo
un periodo di circa 18 mesi, durante il quale non viene effettuato
nessun controllo, in seguito ad una ripresa della sintomatologia viene
riproposta l'assunzione di bicarbonato come in precedenza, con cui in
breve tempo viene ristabilita la funzionalità gastrica, mantenuta
peraltro per circa 8 anni, fino a quando cioè si perdono le tracce del
paziente stesso.
Caso
3) Paziente di 58 anni, affetto da carcinoma dello stomaco,
diagnosticato tramite esame istologico eseguito su reperto endoscopico.
Escluse
per scelta personale le vie ufficiali, vengono accettate le indicazioni
terapeutiche attuate nei due casi precedenti, da cui esita una
normalizzazione del quadro sintomatologico per circa tre anni, vale a
dire fino a quando vengono sospese ulteriori visite di controllo.
Caso
4) Paziente di 71 anni, che si presenta, ad un controllo effettuato in
ambiente ospedaliero nel settembre 1983, in un grave stato di
emaciazione determinata dal notevole calo ponderale (dell'ordine di 15
Kg) sopraggiunto negli ultimi mesi.
Essendo
stata diagnosticata una neoplasia dello stomaco e approntato uno schema
terapeutico oncologico combinato, ne viene data notizia ai parenti, i
quali inoltre vengono messi
al corrente delle difficoltà e dei rischi di un simile trattamento, da
attuare in un malato estremamente defedato.
A
questo punto la moglie, rifiutando le strade ufficiali, decide di
riportare il marito a casa e di tentare l'alternativa
"innocua" del bicarbonato, la somministrazione del quale (ad
una dose leggermente inferiore ai casi precedenti), restaura un appetito
e una funzionalità digestiva soddisfacente.
Per
circa 8 mesi si assiste ad una certa fatica a riacquistare peso; dopo
tale periodo la ripresa diviene man mano più evidente fino al recupero
quasi totale dei chili perduti (entro 24 mesi), con un sensibile
miglioramento delle condizioni generali.
Caso
5) Paziente di 51 anni con diagnosi (fine 1983) di carcinoma bronchiale
in sede lombare inferiore destra, al quale, espletati gli accertamenti
oncologici di routine (con Tac nettamente positiva, ma con aspirato
bronchiale negativo), viene proposto intervento chirurgico.
Dopo
una consultazione avvenuta tra i familiari, essendosi deciso di
rimandare di qualche tempo quanto stabilito dai sanitari, viene tentato
il trattamento con bicarbonato.
Esami
radiologici effettuati a distanza di circa 18 mesi, durante i quali non
si verificano gli episodi emoftoici di inizio malattia, evidenziano
ancora la presenza di una massa nodulare nel lobo inferiore destro, le
sue dimensioni però appaiono più piccole e i suoi contorni più
regolari.
Caso
6) Paziente di 48 anni, con tumore al lobo medio del polmone, attestato
da tutte le ricerche oncologiche, messo in lista d'attesa (inizio 1983)
per intervento chirurgico, la cui modalità d'esecuzione risulta
peraltro non essere completamente definita a motivo di un dubbio
sconfinamento della massa neoplastica.
Uscito
dall'ospedale contro il volere dei sanitari (da sottolineare che per
mesi è stato ricercato dagli addetti ospedalieri), si sottopone a
terapia a base di bicarbonato, che in breve tempo ristabilisce
condizioni ottimali di salute
In
un esame Rx eseguito dopo circa 9 mesi, è possibile osservare, al posto
della massa neoplastica, una tenue linea trasversale alla base del lobo
medio, da interpretare verosimilmente come residuo cicatriziale.
E'
tuttora vivente.
Caso
7) Paziente di 55 anni affetto da neoplasia del retto, evidenziatasi
sintomatologicamente (1981) con disturbi all'evacuazione e emissione
franca di sangue, e a livello strumentale mediante esame endoscopico.
Consigliato
dai sanitari di sottoporsi a resezione rettale con conseguente
instaurazione di ano preternaturale, egli, nel tentativo di evitare una
penosa mutilazione, si sottopone a terapia locale di bicarbonato,
eseguita mediante clisteri contenenti una soluzione molto concentrata (8
cucchiaini in un litro).
A
distanza di 3 anni era ancora vivente.
Considerazioni
critiche:
Dal
sistema di pensiero e dai casi brevemente illustrati, sembra opportuno
analizzare gli spunti nuovi e nel contempo concreti che possano
emergere, in chiave sia critica che autocritica, nella patologia
neoplastica.
A
ben guardare il metodo terapeutico proposto, difatti, ci si accorge che
esso possiede già in sé, indipendentemente dalla reale efficacia, un
suo valore teorico innovativo, primo perché mette in discussione i
metodi attuali e i suoi presupposti concettuali, secondo perché
rappresenta una proposta alternativa concreta a tutta la congerie di
posizioni magniloquenti ma troppo generiche, e quindi inefficaci, oggi
esistenti.
Identificare
invece una sola causa tumorale, pur se con tutti i possibili impliciti
condizionamenti d'ordine generale, rappresenta un passo avanti
indispensabile per uscire da quella forma di passività determinata
dalla mancanza di risultati, responsabile di comportamenti troppo
fideistici e quindi sfiduciati.
Il
dato di fatto dunque che un approccio medico non convenzionale possa
apportare in alcuni pazienti benefici sotto ogni profilo superiori ai
trattamenti ufficiali, dimostrando anche un valore risolutivo, dovrebbe
indurre a ricercarne le ragioni di fondo, cercando di evitare
atteggiamenti di sufficienza limitativi e improduttivi.
Si
può discutere perciò se è il bicarbonato il fautore delle guarigioni
o invece l'insieme delle condizioni instaurate, oppure l'intervento di
fattori neuropsichici inidentificati, o altro ancora; quello che rimane
indiscusso però è il fatto che un certo numero di persone, deviando
dai metodi convenzionali, è potuto ritornare alla normalità di vita
senza sofferenze e senza mutilazioni.
Il
messaggio che ne deriva perciò è un appello a ricercare quelle
soluzioni che si accordino con il semplice presupposto Ippocratico del
"benessere" dell'uomo, vale a dire è uno stimolo a valutare
criticamente le terapie oncologiche odierne, in grado di garantire
indubitabilmente solo sofferenze.
Una
cosa è certa, oggi non è più lecito, in preda al panico e alla
"sindrome del tumore", tollerare delle carneficine effettuate
su scala mondiale, ammantate per di più dal "misericordioso"
obbligo di dover aiutare e di essere aiutati, senza il supporto di
fondamenti eziologici certi.
Mettendosi
difatti per un attimo in una diversa prospettiva, tentando di vedere il
pianeta tumore con occhi più naturali, ipotizzando cioè una genesi più
semplice della proliferazione neoplastica, al limite quella fungina, si
rimane sbalorditi e nello stesso tempo atterriti dalla profana mano
della medicina ufficiale, armata di un cinismo e di una superficialità
abissali.
I
casi negativi, si potrebbe argomentare però, rappresentano
l'inevitabile prezzo da pagare per salvare qualcuno.
Se
le sofferenze e i decessi autorizzati stanno in un rapporto enormemente
negativo nei confronti di eventuali guarigioni (queste sì riconducibili
al caso o a fattori estranei alle terapie), allora non è più
ammissibile voler operare a tutti i costi, in quanto così facendo si
delinea solo la possibilità di fare del male.
Ma
le guarigioni avvenute in seguito ai protocolli oncologici attuali, si
ribatterebbe, non sono poi in numero così esiguo, anzi in certe specie
di tumore sono riscontrabili in alta percentuale.
Simili
risultanze però, è facile rilevare, non sono altro che l'esito di
atteggiamenti propagandistici sostenuti da argomentazioni surrettizie
volte a distribuire indistintamente luce impropria a tutto il panorama
delle entità nosologiche tumorali.
Raggruppare
allora nello stesso cespite tumori maligni occasionalmente o mai guariti
(come quello del polmone o dello stomaco), insieme a quelli al limite
della benignità (come la maggior parte dei tiroidei o dei prostatici
ecc.), oppure insieme a quelli che hanno un'evoluzione positiva autonoma
malgrado la chemioterapia (ad esempio le leucemie dell'infanzia), appare
un'operazione subdola e mistificatoria che ha l'unico scopo di coagulare
quei consensi impossibili da ottenere con un comportamento
intellettualmente corretto.
Se
ad esempio su un certo numero di specie di tumore, solamente uno risulta
suscettibile di regredibilità, non è lecito costruire un diagramma
nosologico che informi sulla incidenza globale della terapeutica
applicata indistintamente sulla totalità delle neoplasie; sarebbe più
corretto al contrario denunciarne l'inutilità, anzi la dannosità,
lasciando, per quanto riguarda l'eteroplasia che denota un andamento
positivo, un dominio aperto di ipotesi alternative.
Ritornando
allora, ad esempio, alle leucemie dell'infanzia, la loro frequente
fausta evoluzione, potrebbe essere messa in correlazione con elementi
estranei alle terapie somministrate, come ad esempio con quelle terapie
di sostegno comunemente apportate, da considerare particolarmente
efficaci in organismi giovani, oppure con la proprietà del tessuto
connettivo di acquisire, in una determinata epoca di sviluppo, quella
maturazione necessaria al potenziamento di un'attività immunologica
dimostratasi, in un determinato momento della vita, intrinsecamente
insufficiente.
Accade
spesso difatti, in medicina, che alcune malattie scompaiano da sole
senza motivi apparenti, ma solo in correlazione con determinati passaggi
di maturazione organica.
Tanto
per rimanere in tema oncologico - micologico, è noto come alcune micosi
dell'infanzia croniche e recidivanti refrattarie a qualsiasi
trattamento, improvvisamente ad un certo stadio dello sviluppo
scompaiano senza lasciare residui.
Dalle
brevi notazioni critiche esposte, moltiplicabili inutilmente
all'infinito, il panorama della malattia tumorale risulta dunque
estremamente vario e complesso, talché assumere posizioni esclusive o
preclusive sia in senso convenzionale che anticonvenzionale può
risultare indice di ristrettezza mentale, specialmente in ragione del
fatto che il terreno su cui ci si muove è in gran parte sconosciuto e
quindi non inquadrabile in maniera univoca o standardizzata.
Laddove
infatti ci si addentra nello spazio occupato da elementi non visibili e
ultramicroscopici, dovendosi inevitabilmente la strutturazione della
conoscenza appoggiare sulla costruzione di una molteplicità di entità
teoriche, il rischio di uno slittamento da un inquadramento reale in uno
funzionale può trasformarsi in un dato di fatto pernicioso.
Il
fatto poi che in pratica la medicina odierna, non solo non fornisca dei
criteri interpretativi sufficienti, ma adotti metodiche pericolose,
dannose e insensate, anche se in buona fede, deve spingere chiunque alla
ricerca di alternative logiche ed umane e, in via subordinata, a
guardare con attenzione e con occhi disponibili qualsiasi teoria e
posizione che osi alzare la testa, sempre con logicità, contro quel
giogo così mostruoso ed inumano che è il tumore.
In
una prospettiva alternativa, allora, bisognerebbe programmare ex-novo la
sperimentazione in campo oncologico, predisponendo le ricerche
(epidemiologiche, eziologiche, patogenetiche, cliniche e terapeutiche),
in linea con i concetti di una microbiologia e di una micologia
rinnovata, che porterebbero con molta probabilità alle conclusioni già
esposte, e cioè che il tumore è un fungo, la Candida
Albicans.
L’eventuale
riscontro poi, che non solo i tumori, ma che la maggior parte delle
malattie cronico-degenerative possa ricondursi a una causalità micotica,
dove eventualmente possa rientrare uno spettro più ampio dei parassiti
fungini (ad esempio le malattie del connettivo, la sclerosi multipla, la
psoriasi, il diabete II, ecc.), rappresenterebbe quel salto di qualità
che, aprendo la via ad una rivoluzione del pensiero medico, potrebbe
migliorare enormemente l’aspettativa di vita, sia in senso qualitativo
che quantitativo.
Per
concludere, se fino ad oggi il mondo dei funghi, cioè dei micro
organismi più complessi e più aggressivi che si conoscono, è potuto
passare inosservato, la speranza del presente lavoro è che si possa
prendere rapidamente coscienza della loro pericolosità, in modo da
veicolare le risorse della ricerca medica non in vicoli ciechi, ma
contro i veri nemici dell’organismo umano, gli agenti infettivi
esterni.
Sommario:
Il
presente lavoro intende richiamare l’attenzione sul possibile ruolo
eziologico dei funghi nella malattia tumorale, in particolare della Candida
Albicans.
Partendo
difatti dalla loro infinita capacità di adattamento a tutti i substrati
biologici, nonché dalla loro estrema potenzialità patogena, di molto
superiore ad ogni altro micro organismo, non risulta ormai più
accettabile una loro collocazione in quello spazio indefinito e
indefinibile che comprende i cosiddetti patogeni occasionali.
Se,
come è noto, i funghi sono in grado di attaccare qualsiasi sostanza
organica, specialmente quella in via di degradazione, allora è
possibile ipotizzare un loro attecchimento nell’intimità dei tessuti,
laddove particolari condizioni contingenti lo permettano.
Un
trattamento finalizzato alla loro eradicazione deve quindi tenere conto
sia della loro diffusibilità che della loro complessità biologica,
cosa che non può essere ottenuta oggi né con le terapie oncologiche, né
tantomeno con quelle antimicotiche.
I
7 casi illustrati, trattati in maniera peculiare e risolutoria con il
bicarbonato di sodio, una sostanza alcalina molto diffusibile e quindi
notevolmente attiva contro la Candida in tutte le sue manifestazioni,
possono indicare un nuovo modo di procedere in campo oncologico.
Solo
abbandonando la tesi oncologica universalmente condivisa, che il tumore
derivi cioè da un’anomalia riproduttiva cellulare, e reimpostando
tutta la ricerca in un’ottica infettiva micotica, è lecito sperare
nella definitiva sconfitta del cancro.
Note
bibliografiche:
1)
Verona O., “Il vasto mondo dei funghi”, Bologna 1985, pag.1
2)
Ivi, pag.2
3)
Rambelli A., “Fondamenti di micologia”, Bologna 1981, pag.35
4) |