CARCINOMA Cervice Uterina - Caso Terminale 
Trattamento con Bicarbonato di Sodio al 5%   
By Dr. T. Simoncini, Oncologo


Intorno alla metà di ottobre vengo contattato dai parenti di una paziente di 63 anni, affetta da carcinoma della cervice uterina, alla quale viene data dai medici dell’organizzazione per malati terminali che la segue, un’aspettativa di vita di circa un mese.

Scheda di dimissioni del 21-10-2002: (visionare il contenuto)

Dr. Simoncini:

Nonostante io faccia ben presente le difficoltà terapeutiche esistenti nel curare i malati che si trovano in uno stato così avanzato di malattia (non perché le soluzioni di bicarbonato non siano efficaci, ma perché possono sopraggiungere innumerevoli eventi incontrollabili), i parenti decidono di attuare lo stesso il mio metodo di cura.
La massa addominale occupa massivamente l’addome, dalla cervice uterina all’ombelico, in uno stato così avanzato che arriva a infiltrare e a comprimere ambedue il retto e gli ureteri, tanto da imporre il posizionamento di due nefrostomie che consentano l’evacuazione dell’urina.
Date le dimensioni della massa, viene sconsigliato dai radioterapisti anche una terapia radiante palliativa.

Relazione del 7-10-2002

 

Relazione del radioterapista

C’è da aggiungere che è presente inoltre uno stato febbrile continuo, notevole calo ponderale, e una sintomatologia dolorosa persistente trattata con analgesici.

Visitata la paziente a domicilio con l’assistenza di un collega radiologo, si decide subito di posizionare un catetere dentro la massa, con lo scopo di drenare il più possibile il materiale necrotico e susseguentemente di attuare una terapia con soluzioni di bicarbonato di sodio 5%, per distruggere tutte le colonie neoplastiche, nella speranza di produrre una cicatrizzazione della massa neoplastica.
Si associa anche un trattamento con soluzioni di bicarbonato per via vaginale.
Dopo circa 2 settimane è possibile iniettare solo pochi cc. di bicarbonato di sodio, segno che è avvenuta una notevole riduzione della massa, cosa peraltro supportata da una pielografia discendente transnefrostomica effettuata il 15 novembre 2002, che rileva una “regolare opacizzazione delle cavità calico-pieliche…Il restringimento ureterale non impedisce comunque il transito del mezzo di contrasto che raggiunge rapidamente la vescica.”
In altre parole, la paziente ricomincia a urinare anche in maniera naturale.
Nella TAC addome effettuata il 29 novembre 2002, si attesta la riduzione della massa.    

TAC del 13/09/2002 + del 29/11/02 (visionare le Tac del prima e dopo la ns. terapia)

PRIMA  della ns. terapia naturale (TAC del 13/09/2002)

DOPO la ns. cura naturale (TAC del 29/11/2002)

Questi i semplici e Veri risultati sul paziente !

 

 

Migliorando costantemente le condizioni cliniche della paziente, si decide di intensificare la terapia con le soluzioni di bicarbonato di sodio al 5%, nel tentativo di distruggere il più possibile le colonie tumorali.
A questo scopo vengono posizionati due cateteri: uno nella cavità peritoneale, per iniettare le soluzioni nel pavimento della piccola pelvi; l’altro direttamente nell’arteria ipogastrica afferente alle localizzazione neoplastica uterina e rettale.
Vengono eliminate inoltre le nefrotomie e quindi le sacche esterne per l’urina, mediante il posizionamento ureterale di 2 cateteri doppi J.

Considerazioni (febbraio 2003):

1)     La paziente è vivente e in buone condizioni di salute, tanto da affrontare autonomamente dei viaggi in treno di centinaia e centinaia di chilometri, a dispetto della prognosi infausta che prevedeva l’exitus entro novembre 2002.

2)     1. La massa si è ridotta notevolmente.

3)     2. I sintomi così penosi sono spariti.

4)     3. Ha cominciato a prendere di nuovo peso.

 

Dichiarazione dei parenti della paziente:

 

“I sottoscritti Z. L., nato a ....... (Bz) il ......1943, residente in .......... (Va), via ......, Z. S., nato a ...... (Va) ......1957, residente in ............ (Va), via .......... e O...... G....., nata a .......(Co) ..........1953, residente in ........... (Va) .............., rispettivamente fratelli e cognata di Z. G., nata a ............. (Pd) ..........1938, residente a ..........., via ........... e paziente del dr. Tullio Simoncini, rendono testimonianza sul decorso della malattia della sopraccitata paziente, avendone seguito minutamente le fasi a partire dai primi giorni del settembre 2002 sino ad oggi.

 

Il 10 settembre scorso G. fu ricoverata urgentemente presso il Reparto di Ginecologia dell'Azienda Ospedaliera di ...........

Dopo gli opportuni accertamenti nonché Tac all'addome, sì evidenziava la presenza di neoplasia uterina che, a causa delle sue dimensioni, comprimeva sia le vie urinarie che l'intestino provocando nel contempo un blocco renale e intestinale.

Al blocco renale si pose rimedio mediante l'applicazione di nefrostomie bilaterali, a quello intestinale con saltuari clisteri.

Il Primario del reparto, sulla base del referto Tac, convocò i familiari e disse apertamente che le condizioni della paziente erano senza alcuna speranza perché portatrice di un tumore all'utero talmente sviluppato da non essere assolutamente operabile. 
Rimaneva la possibilità, a quel punto, di tentare un intervento radio o chemioterapico al fine di ridurre la massa tumorale così da poterla rendere operabile, ma si trattava di una possibilità talmente remota da considerarsi quasi nulla.

Nei giorni seguenti, gli esiti degli esami istologici ed i pareri degli specialisti sull'effetto devastante che avrebbero prodotto la terapia radiante o l'inoculo chemioterapico sull'esile corpo della donna, giunta ormai a 32 kg di peso, indussero l'équipe del Reparto ad abbandonare qualsiasi tentativo di salvezza della paziente.

Il solo Primario tenne viva la proposta della chemioterapia per poter allungare, forse, di poche settimane, non di mesi, la vita della signora. Il tempo di sopravvivenza, a partire da allora (metà di settembre), era di circa due mesi, ma, se la chemioterapia avesse avuto una qualche efficacia, G. sarebbe potuta sopravvivere fino a Natale.

A quel punto i sottoscritti sì recarono al Centro Tumori di Milano con tutta la documentazione sanitaria in possesso – senza la paziente poiché era intrasportabile – per sentire il parere di un centro altamente qualificato in quel settore. Il medico che osservò le lastre espresse il convincimento che quel tumore aveva almeno cinque anni, concordando con le dichiarazioni rilasciate dai medici dell'Ospedale di ............

Per rendere la dipartita della signora meno tormentata (si prevedevano il blocco renale e intestinale, vomito delle feci ecc), sconsigliava l'uso delle terapie tradizionali e proponeva esclusivamente una oculata terapia del dolore.

Dopo il parere del Centro Tumori, il Primario di ........, confortato nei propri convincimenti e considerata l'inutilità della degenza, dimise la paziente, ma un repentino peggioramento delle condizioni dì G. portò ad un secondo ricovero. Sembrava che la fine fosse imminente.

Mentre trascorreva questo secondo periodo di degenza, non rassegnati alla sorte della sorella, si ricercò un'alternativa che potesse dare una speranza. E' a questo punto che, dall'esperienza diretta di alcuni conoscenti, sì sentì parlare della terapia del dott. Tullio Simoncini.

Si presero subito contatti telefonici con lo stesso, illustrandogli il quadro clinico di G.; egli prospettò la possibilità di sperimentare la sua terapia. La decisione di tentare questa nuova strada trovò consenso immediato sia nella paziente (che in varie occasioni aveva già espresso sia ai medici che ai familiari la volontà di non sottoporsi né ad interventi chirurgici né a trattamenti radiochemioterapici) che tra i familiari.

Intanto in Ospedale, poiché erano venute meno le ragioni della permanenza, nonostante la massa tumorale fosse cresciuta a dismisura (la malata aveva il ventre rigonfio tanto da sembrare incinta), la paziente venne affidata al servizio di Cure Palliative, il quale optò per la cura a domicilio essendo più consona alle inclinazioni psicologiche della paziente.

Il 21 ottobre 2002 la signora venne dimessa definitivamente dall'Ospedale di ......... 
Il 25 dello stesso mese il dr. Simoncini venne al domicilio di G.; dalla Tac capì subito che l'enorme massa tumorale era ripiena di liquido che andava estratto. Così fece. Ne uscì quasi un litro di liquido purulento.

Era successo che sulla massa tumorale si era formato un ascesso, probabilmente all'origine della forte infezione in atto, e di cui l'alta temperatura corporea era il segnale. La paziente ebbe la sensazione dì svuotamento e di mancamento, ma gradualmente si normalizzò.

Il tumore era stato svuotato del suo contenuto purulento e al suo posto venne iniettato, tramite un catetere permanente, una certa quantità dì sodio bicarbonato. Il dr. Simoncini ebbe cura di mostrare scrupolosamente ai parenti la procedura da seguire nella terapia. Sull'efficacia della stessa egli disse di non farsi illusioni. Bisognava aspettare i giorni successivi per vedere come avrebbe risposto la paziente. A sfavore giocavano diverse varianti, fra cui lo stato d’avanzamento del male e la non uniformità delle risposte.

Il dottore affermò che, secondo sue statistiche, quando l'azione del bicarbonato era positiva fin dall'inizio, la sua efficacia rimaneva sino alla fine, e che nel giro di 3,4 mesi ed a volte anche meno il problema si sarebbe risolto. Se esso era invece inefficace sin all'inizio, lo sarebbe stato anche in seguito. Era quindi giusto nutrire speranza senza però farsi eccessive illusioni. Ma nelle condizioni di G., condannata ormai a morte certa, secondo i parenti e la stessa paziente, nulla vi era da perdere nel tentare questa nuova strada.

A seguito dell'intervento, poiché era stato aggiunto un catetere addominale alle due nefrostomie esistenti, aumentando il pericolo di infezione, il dr. Simoncini prescrisse 5 fiale di antibiotico da iniettare per via intramuscolare. Il bicarbonato di sodio venne prescritto anche per lavaggi vaginali così da circoscrivere il più possibile l'azione tumorale. Il medico, dopo essersi accertato di avere esposto tutto con la massima chiarezza e avere dato tutta la sua disponibilità per chiarimenti e interventi successivi, fece ritorno a Roma.

    

    Il giorno seguente la paziente già migliorava, cosa che constatò lo stesso medico di famiglia nella sua visita a domicilio. A mano a mano che i giorni passavano i miglioramenti diventavano sempre più evidenti, la febbre diminuiva rapidamente fino a scomparire, né ci fu più bisogno di antibiotici oltre a quelli prescritti dal dr. Simoncini. Intanto, col passare dei giorni, G. cominciava a sentire lo stimolo ad orinare per via naturale, così come tornava normale e regolare l'evacuazione intestinale.

Era il chiaro segno che la pressione esercitata dalla massa tumorale sugli ureteri e sull'intestino andava diminuendo. La conferma venne dopo un mese quando fu fatta una Tac all'Ospedale di ....... da cui risultava che la massa si era considerevolmente ridotta.

I medici ospedalieri riproposero a questo punto nuovamente la chemioterapia, ma G. espresse un chiaro diniego ad intraprendere tale trattamento. Il dr. Simoncini, confortato dall’ottimo risultato già ottenuto e rispettando la volontà della paziente, si organizzò per procedere verso un intervento più mirato al fine di togliere al tumore ogni possibilità di espansione, trovando in ciò il massimo consenso oltre che della paziente anche dei familiari.

Fu così che il 14 dicembre 2002 la paziente si recò a Roma presso il dr. Simoncini, dove le vennero applicati due cateteri, uno arteriale ed uno peritoneale, attraverso i quali ella continua tuttora la sua terapia. Dopo le feste natalizie G. ebbe il piacere di togliere le due nefrostomie, e prese ad orinare esclusivamente per via uretrale, anche se, per il momento, gli ureteri sono sostenuti da doppi J posizionati durante un secondo viaggio a Roma, sempre da parte del dr. Simoncini.

Dopo quest'ultimo intervento la qualità della vita. di G. è notevolmente migliorata: si muove a piedi ed in automobile in modo del tutto autonomo; è tornata il buon umore ed è una fautrice della terapia del dr. Simoncini presso amici e conoscenti.

     

       La notizia delle indagini giudiziarie avviate nei confronti del medico che ha ridato la vita e la serenità a G. ha sorpreso non poco. I sottoscritti erano gia pronti ad affrontare la morte della sorella e non per questo avrebbero indicato i medici ospedalieri come omicidi, poiché essi, in buona fede, operarono per il suo bene con gli strumenti terapeutící che la loro scuola di medicina aveva messo a disposizione. Invece la teoria del dr. Simoncini ha prodotto una terapia capace di riportare G. Z. dalla morte alla vita, dalla disperazione alla speranza e alla fiducia, dalle lacrime al sorriso.

     Questa può essere chiamato truffa ?

Nonostante questi risultati, già di per sé esaltanti e degni della più grande riconoscenza, si sa che con il cancro si ha a che fare con un nemico infido e implacabile, per cui esso alla fine potrebbe anche avere il sopravvento. In questa eventualità, si può forse chiamare omicida colui che è stato, fin dove era possibile, il salvatore della paziente?

 

I sottoscritti si dichiarano disponibili a confermare, se richiesti, il contenuto di quanto sopra nelle opportune sedi, e precisano che si è preferito non coinvolgere direttamente la paziente per non crearle ulteriori disturbi psicologici in un momento così delicato.

.................. (MI), 9 febbraio 2003

Z. L.

Z. S.

O. G.

Allegate fotocopie carta d’identità.

I miglioramenti sono quindi evidenti. Una Tac del giugno 2003 però, pur evidenziando la costante regressione della massa principale, rivela che nei comparti anatomici non trattati precedentemente – fegato e lesione dell’ileo psoas – la malattia tende a progredire velocemente.

Dal momento che le colonie fungine si sono dimostrate sensibili al trattamento con le soluzioni di bicarbonato di sodio che hanno permesso alla paziente di vivere in buone condizioni di salute, si decide di posizionare un catetere nell’arteria epatica e uno nella lesione a contatto con il muscolo ileo psoas, che però questa volta, data la diffusione delle masse, non può evitare il decesso che avviene alla fine dell’anno.

Dr. Tullio Simoncini (Oncologo) -