|
CARCINOMA Cervice Uterina
- Caso Terminale |
|
Scheda di
dimissioni del 21-10-2002: Dr.
Simoncini: Nonostante
io faccia ben presente le difficoltà terapeutiche esistenti nel curare i
malati che si trovano in uno stato così avanzato di malattia (non perché
le soluzioni di bicarbonato non siano efficaci, ma perché possono
sopraggiungere innumerevoli eventi incontrollabili), i parenti decidono di
attuare lo stesso il mio metodo di cura. Relazione
del 7-10-2002 Relazione
del radioterapista
C’è
da aggiungere che è presente inoltre uno stato febbrile
continuo, notevole calo ponderale, e una sintomatologia
dolorosa persistente trattata con analgesici. Visitata la
paziente a domicilio con l’assistenza di un collega radiologo, si decide
subito di posizionare un catetere dentro la massa, con lo scopo di drenare
il più possibile il materiale necrotico e susseguentemente di attuare una
terapia con soluzioni di bicarbonato di sodio 5%, per distruggere tutte le
colonie neoplastiche, nella speranza di produrre una cicatrizzazione della
massa neoplastica. TAC del 13/09/2002 + del 29/11/02 (visionare le Tac del prima e dopo la ns. terapia) PRIMA della ns. terapia naturale (TAC del 13/09/2002)
DOPO la ns. cura naturale (TAC del 29/11/2002)
Questi i semplici e Veri risultati sul paziente !
Migliorando
costantemente le condizioni cliniche della paziente, si
decide di intensificare la terapia con le soluzioni di
bicarbonato di sodio al 5%, nel tentativo di distruggere il
più possibile le colonie tumorali. Considerazioni (febbraio 2003): 1)
La paziente è vivente e in buone condizioni di salute, tanto
da affrontare autonomamente dei viaggi in treno di centinaia e centinaia
di chilometri, a dispetto della prognosi infausta che prevedeva l’exitus
entro novembre 2002. 2)
1. La massa si è ridotta notevolmente. 3)
2. I sintomi così penosi sono spariti. 4) 3. Ha cominciato a prendere di nuovo peso. Dichiarazione
dei parenti della paziente
“I
sottoscritti Z. L., nato a ....... (Bz)
il ......1943, residente in .......... (Va), via ......, Z.
S., nato a ...... (Va) ......1957, residente in ............
(Va), via .......... e O...... G....., nata a .......(Co)
..........1953, residente in ........... (Va) .............., rispettivamente fratelli e cognata di
Z. G., nata a ............. (Pd) ..........1938,
residente a ..........., via ........... e paziente
del dr. Tullio Simoncini, rendono testimonianza sul decorso
della malattia della sopraccitata paziente, avendone seguito
minutamente le fasi a partire dai primi giorni del settembre
2002 sino ad oggi. Il
10 settembre scorso G. fu ricoverata urgentemente
presso il Reparto di Ginecologia dell'Azienda Ospedaliera di
........... Dopo
gli opportuni accertamenti nonché Tac all'addome, sì
evidenziava la presenza di neoplasia uterina che, a causa
delle sue dimensioni,
comprimeva sia le vie urinarie che l'intestino provocando
nel contempo un blocco renale e intestinale. Al
blocco renale si pose rimedio mediante l'applicazione di
nefrostomie bilaterali, a quello intestinale con saltuari
clisteri. Il
Primario del reparto, sulla base del referto Tac, convocò i
familiari e disse apertamente che le condizioni della
paziente erano senza alcuna speranza perché portatrice di
un tumore all'utero talmente sviluppato da non essere
assolutamente operabile. Nei
giorni seguenti, gli esiti degli esami istologici ed i
pareri degli specialisti sull'effetto devastante che
avrebbero prodotto la terapia radiante o l'inoculo
chemioterapico sull'esile corpo della donna, giunta ormai a
32 kg di peso, indussero l'équipe del Reparto ad
abbandonare qualsiasi tentativo di salvezza della paziente. Il
solo Primario tenne viva la proposta della chemioterapia per
poter allungare, forse, di poche settimane, non di mesi, la
vita della signora. Il tempo di sopravvivenza, a partire da
allora (metà di settembre), era di circa due mesi, ma, se
la chemioterapia avesse avuto una qualche efficacia, G. sarebbe potuta sopravvivere fino a Natale. A
quel punto i sottoscritti sì recarono al Centro Tumori di
Milano con tutta la documentazione sanitaria in possesso –
senza la paziente poiché era intrasportabile – per
sentire il parere di un centro altamente qualificato in quel
settore. Il medico che osservò le lastre espresse il
convincimento che quel tumore aveva almeno cinque anni,
concordando con le dichiarazioni rilasciate dai medici
dell'Ospedale di ............ Per
rendere la dipartita della signora meno tormentata (si
prevedevano il blocco renale e intestinale, vomito delle
feci ecc), sconsigliava l'uso delle terapie tradizionali e
proponeva esclusivamente una oculata terapia del dolore. Dopo
il parere del Centro Tumori, il Primario di ........,
confortato nei propri convincimenti e considerata l'inutilità
della degenza, dimise la paziente, ma un repentino peggioramento
delle condizioni dì G. portò ad un secondo
ricovero. Sembrava che la fine fosse imminente. Mentre
trascorreva questo secondo periodo di degenza, non
rassegnati alla sorte della sorella, si ricercò
un'alternativa che potesse dare una speranza. E' a questo
punto che, dall'esperienza diretta di alcuni conoscenti, sì
sentì parlare della terapia del dott. Tullio Simoncini. Si
presero subito contatti telefonici con lo stesso,
illustrandogli il quadro clinico di G.; egli prospettò
la possibilità di sperimentare la sua terapia. La decisione
di tentare questa nuova strada trovò consenso immediato sia
nella paziente (che in varie occasioni aveva già espresso
sia ai medici che ai familiari la volontà di non sottoporsi
né ad interventi chirurgici né a trattamenti
radiochemioterapici) che tra i familiari. Intanto
in Ospedale, poiché erano venute meno le ragioni della
permanenza, nonostante la massa tumorale fosse cresciuta a
dismisura (la malata aveva il ventre rigonfio tanto da
sembrare incinta), la paziente venne affidata al servizio di
Cure Palliative, il quale optò per la cura a domicilio
essendo più consona
alle inclinazioni psicologiche della paziente. Il
21 ottobre 2002 la signora venne dimessa definitivamente
dall'Ospedale di ......... Era
successo che sulla massa tumorale si era formato un ascesso,
probabilmente all'origine della forte infezione in atto, e
di cui l'alta temperatura corporea era il segnale. La
paziente ebbe la sensazione dì svuotamento e di mancamento,
ma gradualmente si normalizzò. Il
tumore era stato svuotato del suo contenuto purulento e al
suo posto venne iniettato, tramite un catetere permanente,
una certa quantità dì sodio bicarbonato. Il dr. Simoncini
ebbe cura di mostrare scrupolosamente ai parenti la
procedura da seguire nella terapia. Sull'efficacia della
stessa egli disse di non farsi illusioni. Bisognava
aspettare i giorni successivi per vedere come avrebbe
risposto la paziente. A sfavore giocavano diverse varianti,
fra cui lo stato d’avanzamento del male e la non uniformità
delle risposte. Il
dottore affermò che, secondo sue statistiche, quando
l'azione del bicarbonato era positiva fin dall'inizio, la
sua efficacia rimaneva sino alla fine, e che nel giro di
3,4 mesi ed a volte anche meno il problema si sarebbe
risolto. Se esso era invece inefficace sin all'inizio, lo
sarebbe stato anche in seguito. Era quindi giusto nutrire
speranza senza però farsi eccessive illusioni. Ma nelle
condizioni di G., condannata ormai a morte certa,
secondo i parenti e la stessa paziente, nulla vi era da
perdere nel tentare questa nuova strada. A
seguito dell'intervento, poiché era stato aggiunto un
catetere addominale alle due nefrostomie esistenti,
aumentando il pericolo di infezione, il dr. Simoncini
prescrisse 5 fiale di antibiotico da iniettare per via
intramuscolare. Il bicarbonato di sodio venne prescritto
anche per lavaggi vaginali così da circoscrivere il più
possibile l'azione tumorale. Il medico, dopo essersi
accertato di avere esposto tutto con la massima chiarezza e
avere dato tutta la sua disponibilità per chiarimenti e
interventi successivi, fece ritorno a Roma.
Il giorno seguente la paziente già migliorava, cosa
che constatò lo stesso medico di famiglia nella sua visita
a domicilio. A mano a
mano che i giorni passavano i miglioramenti
diventavano sempre più evidenti, la febbre diminuiva
rapidamente fino a scomparire, né ci fu più
bisogno di antibiotici oltre a quelli prescritti dal
dr. Simoncini. Intanto, col passare dei giorni, G.
cominciava a sentire lo stimolo ad orinare per via naturale,
così come tornava normale e regolare l'evacuazione
intestinale. Era
il chiaro segno che la pressione esercitata dalla massa
tumorale sugli ureteri e sull'intestino andava diminuendo.
La conferma venne dopo un mese quando fu fatta una Tac
all'Ospedale di ....... da cui risultava che la massa
si era considerevolmente ridotta. I
medici ospedalieri riproposero a questo punto nuovamente
la chemioterapia, ma G. espresse un chiaro
diniego ad intraprendere tale trattamento. Il dr. Simoncini,
confortato dall’ottimo risultato già ottenuto e
rispettando la volontà della paziente, si organizzò per
procedere verso un intervento più mirato al fine di
togliere al tumore ogni possibilità di espansione, trovando
in ciò il massimo consenso oltre che della paziente anche
dei familiari. Fu
così che il 14 dicembre 2002 la paziente si recò a Roma
presso il dr. Simoncini, dove le vennero applicati due
cateteri, uno arteriale ed uno peritoneale, attraverso i
quali ella continua tuttora la sua terapia. Dopo le feste
natalizie G. ebbe il piacere di togliere le due
nefrostomie, e prese ad orinare esclusivamente per via
uretrale, anche se, per il momento, gli ureteri sono
sostenuti da doppi J posizionati durante un secondo viaggio
a Roma, sempre da parte del dr. Simoncini. Dopo
quest'ultimo intervento la qualità della vita. di G.
è notevolmente migliorata: si muove a piedi ed in
automobile in modo del tutto autonomo; è tornata il buon
umore ed è una
fautrice della terapia del dr. Simoncini presso amici e
conoscenti.
La notizia delle indagini giudiziarie avviate nei
confronti del medico che ha ridato la vita e la serenità a
G. ha sorpreso non poco. I sottoscritti erano gia
pronti ad affrontare la morte della sorella e non per questo
avrebbero indicato i medici ospedalieri come omicidi, poiché
essi, in buona fede, operarono per il suo bene con gli
strumenti terapeutící che la loro scuola di medicina aveva
messo a disposizione. Invece la teoria del dr. Simoncini ha
prodotto una terapia capace di riportare G. Z.
dalla morte alla vita, dalla disperazione alla speranza e
alla fiducia, dalle lacrime al sorriso.
Questa può essere chiamato truffa ? Nonostante
questi risultati, già di per sé esaltanti e degni della più
grande riconoscenza, si sa che con il cancro si ha a che
fare con un nemico infido e implacabile, per cui esso alla
fine potrebbe anche avere il sopravvento. In questa
eventualità, si può forse chiamare omicida colui che è
stato, fin dove era possibile, il salvatore della paziente? I
sottoscritti si dichiarano disponibili a confermare, se
richiesti, il contenuto di quanto sopra nelle opportune
sedi, e precisano che si è preferito non coinvolgere
direttamente la paziente per non crearle ulteriori disturbi
psicologici in un momento così delicato. ..................
(MI), 9 febbraio 2003 Z. L.Z. S. O. G. Allegate
fotocopie carta d’identità. I miglioramenti sono quindi evidenti. Una Tac del giugno 2003 però, pur evidenziando la costante regressione della massa principale, rivela che nei comparti anatomici non trattati precedentemente – fegato e lesione dell’ileo psoas – la malattia tende a progredire velocemente. Dal momento che le colonie fungine si sono dimostrate sensibili al trattamento con le soluzioni di bicarbonato di sodio che hanno permesso alla paziente di vivere in buone condizioni di salute, si decide di posizionare un catetere nell’arteria epatica e uno nella lesione a contatto con il muscolo ileo psoas, che però questa volta, data la diffusione delle masse, non può evitare il decesso che avviene alla fine dell’anno. |